Butterfly di Micol Fusca: recensione

Recensione del racconto realizzato per il concorso “Le Maschere”

Qui di seguito troverete il testo così come ci è stato inviato. Al fondo dell’articolo troverete la recensione dello staff.

Testo del racconto – Autrice Micol Fusca

Butterfly non aveva mai conosciuto il “mondo di prima”. Mai visto una farfalla. Cani e gatti erano fra le poche specie animali sopravvissute.

L’ora che precedeva l’alba era la sua preferita: libera da ogni dovere, sostava davanti alla grande finestra del suo alloggio ammirando il panorama. La posizione rialzata le consentiva di osservare la città di Nova cogliendone la magnificenza. La cupola iridescente era illuminata da diafane luci che creavano un alone di confortevole penombra. A Nova, la notte non scendeva mai completamente.

La volta di cristallo racchiudeva un prezioso gioiello. Le strade si succedevano a scacchieraa formare nastri color argento e gli edifici bassi trasmettevano una sensazione di pace e benessere. Riusciva a scorgere tutto questo perché la Casa delle Farfalle era stata costruita sulla sommità di un colle artificiale.

Erano passati due secoli da quando Madre Terra si era ribellata alla razza umana. L’inquinamento e l’intensificarsi della quantità di gas serra nell’atmosfera avevano portato al collasso il precario equilibrio del pianeta e all’estinzione di molte forme di vita. Nessuno aveva badato ai segnali di allarme ben visibili già nel ventesimo secolo. Interessi politici, economici, avevano fatto da padroni in una campagna di disinformazione intesa a minimizzare il problema. Avevano deviato l’attenzione della comunità verso altre esigenze, spesso egoistiche.

Butterfly aveva sempre amato le lezioni di storia ed era solita trascorrere parecchie delle sue ore libere in biblioteca. Alle soglie del ventunesimo secolo il tracollo si era fatto sempre più veloce. Lo scioglimento delle calotte polari aveva immesso negli oceani una grande quantità d’acqua che aveva fatto innalzare il livello del mare, portando distruzione. Molti avevano dovuto lasciare iluoghi che chiamavano casa per trovare rifugio altrove.

L’immissione delle acque generate dallo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia aveva raggiunto l’Oceano Pacifico cambiando per sempre il corso della Corrente del Golfo. Le fasce dove la temperatura era addolcita dal suo effetto avevano subito una nuova glaciazione.

Altre, erano diventate immensi deserti senza vita.

Carestie, disperazione, guerre, si erano succedute portando allo sterminio gran parte della popolazione. Solo pochi eletti erano riusciti a scampare al disastro: avevano ricondotto l’umanità alla civiltà grazie a enormi sacrifici.

Progetti prima disprezzati erano stati sviluppati per premettere alla Terra di sanarsi. Larivalutazione delle energie solari e geotermiche aveva reso possibile costruire dal nulla: senza ripetere gli errori del passato.

Negli ultimi cento anni gli scienziati avevano riscontrato un cambiamento nella curva di riscaldamento: la linea del grafico, seppure con timidezza, aveva assunto un andamento discendente. Una notizia che aveva rallegrato gli abitanti di tutte le Città Gioiello. Nova era una delle tante costruite nel deserto.

Uno dei compiti di Butterfly era attendere a ogni discorso degli ospiti della Casa con assoluta padronanza. Aveva imparato ogni cosa del “mondo di prima”, comprese una decina di lingue che oramai nessuno parlava: inglese, francese, italiano, tedesco, cinese, giapponese…

Lo studio le piaceva, anche se lo riteneva del tutto inutile. Le sue labbra non avrebbero mai pronunciato alcuna parola: così volevano le leggi che le Farfalle apprendevano ancor prima di camminare. La sua vita scorreva nel silenzio assoluto.

Tornò a volgere lo sguardo all’orizzonte, scoprendo nuove sfumature al di fuori della cupola. Rosa tenue, viola: l’alba.

Già da alcune ore, le strade erano animate da figure operose vestite con una tuta da lavoro blu. Ai Manutentori era permesso salire in superficie solo per adempiere i rispettivi incarichi, prima del risveglio della comunità. Aggiustavano quanto era rotto, spazzavano ed eliminavano qualsiasi rifiuto. Si aggiravano per le vie divisi in squadre di sei persone.

Butterfly sapeva di essere fortunata. Se il destino non le avesse regalato il suo aspettosarebbe stata fra loro. Intenta a spazzare, pulire, spendere ogni goccia di sudore per un tozzo di pane e una razione giornaliera d’acqua. Per poi tornare negli anelli inferiori che gli abitanti di Nova chiamavano latrine.

Quando era stata presentata all’esame medico che ogni nuovo nato senza casta doveva superare pena la sopravvivenza, era stata tolta alla sua famiglia per servire in una Casa. Il suo DNA aveva indicato con chiarezza lo sviluppo fisico del suo corpo: rispettava alla perfezione le direttive indicate per la sua mansione. Le Farfalle dovevano avere lo stesso peso, corporatura, altezza. Stessa tonalità, nera, di capelli. Una volta sbianchito dal laser il colore degli occhi era identico a quello delle altre.

Il riflesso del suo volto la raggiunse vago, distorto dalla superficie della finestra. Indossava la maschera di ceramica polimorfica che si adattava perfettamente al suo viso. Una maschera bianca, liscia, che lasciava posto solo agli occhi chiari. Le era permesso toglierla solo al momento del pasto, da consumare in perfetta solitudine. O quando le stanze che ospitavano le alcove erano completamente buie.

Agli ospiti era stato tolto l’imbarazzo della scelta: le Farfalle non avevano nome, identità. Il loro volto di ceramica bianco non aveva lineamenti, se non un accenno di rosso che attraversava in verticale il centro delle labbra e le dolci curve nere che evidenziavano la forma a mandorla delle fessure create per lasciar vagare lo sguardo. Così come voleva l’antica tradizione delle Maschere Geisha.

La sua mansione le permetteva di pasteggiare con pietanze degne di una regina. Le era concesso frequentare la biblioteca e le sue vesti erano confezionate con sete preziose. La direttrice della Casa decideva quale fosse il kimono più adatto alla giornata, inviando a ogni ragazza disposizioni identiche. Butterfly indossava quello bianco, pennellato di tenui petali di ciliegio: se allargava le braccia l’illusione era perfetta. Pronta a spiccare il volo.

Tornò a osservare la strada, seguendo con lo sguardo i Manutentori lasciare le vie per dirigersi nelle gallerie che li avrebbero portati nel sottosuolo. Alcuni sorridevano, altri si tenevano per mano. Il volto imperfetto esprimeva pienamente i loro sentimenti. Non per la prima volta, si chiese come fosse la vita laggiù.

Fu distratta da un fischio insistente e ne cercò l’origine, indispettita. Uno dei ragazzi che si occupavano della manutenzione della collina aveva preso l’abitudine di sostare sotto la Casa per alcuni secondi, consapevole della sua presenza alla finestra. L’aveva notata quattro anni prima e da allora non aveva mancato di farle visita.

Aveva cercato in tutti i modi di attirare la sua attenzione, scandendo con lentezza un muto labiale con cui le chiedeva di comunicare con lui. Si chiamava Thomas. Era il nome che le aveva offerto il primo giorno, quando gli aveva voltato le spalle indignata e si era allontanata dal suo sguardo.

Lui aveva sorriso e aveva continuato a farle visita. Negli ultimi anni la differenza di età si era fatta meno visibile. Butterfly ipotizzava che Thomas ne avesse un paio meno di lei. A sedici il suo aspetto si era fatto quello di un uomo.

Fingendo disinteresse, sbirciò le labbra del giovane ritrovando la domanda di sempre. “Come ti chiami?”

Butterfly si scostò di alcuni passi, mettendo spazio fra lei e la finestra. Perché, continuava a venire da lei? Non le sembrava uno sciocco, doveva aver compreso che non nutriva alcun interesse per lui.

Eppure…non poteva negare che il suo sorriso era parte del motivo per cui l’ora che precedeva l’alba le era tanto cara. Il viso pulito di Thomas le trasmetteva delle sensazioni che non aveva mai provato: gioia. L’aveva scorta nel volto di molti Manutentori, donne e uomini che parlavano non solo con gli occhi e dimostravano una profonda empatia per chi era loro accanto. Poco lontano, una donna portava un neonato sulle spalle: cantava quella che sembrava una ninna nanna. Una ragazzina con le trecce teneva fra le braccia un cucciolo di cane che fino a qualche minuto prima le trotterellava attorno mentre raccoglieva le foglie cadute sulla strada.

Butterfly prese un respiro profondo, spalancando la finestra. Solo un paio di metri la dividevano dal prato appena rasato.

<< Iris. >> un fiore. Scelse un fiore. << Mi chiamo Iris. >>

Thomas le sorrise avvicinandosi al balcone. << Ti prendo io, non ti preoccupare. >> sollevò le braccia invitandola a raggiungerlo.

Iris portò le mani al volto, togliendo la maschera senza seguire la procedura che le era stata insegnata. Il distacco le costò dolore e una leggera scottatura alle guance: non le interessava. La lasciò cadere a terra rompendola in mille pezzi.

Il ragazzo la invitò ad affrettarsi. << Non abbiamo molto tempo. >>

L’allarme della Casa era entrato in funzione: ai Manutentori era proibito mettere piede nella proprietà dopo il sopraggiungere dell’alba.

Iris si buttò di slancio, riponendo il lui la fede che non aveva mai avuto in altri. Appena la abbracciò seppe di aver fatto la scelta giusta. Thomas la prese per mano trascinandola di corsa in direzione dei condotti.

Durante il cammino altri Manutentori si avvicinarono, nascondendo alla vista della città il candore della veste indossata dalla Farfalla. Presto il kimono si perse nel blu delle tute da lavoro che sopraggiungevano in massa per proteggerla da ogni sguardo.

Iris sorrise, scoprendo di non aver paura. Finalmente aveva spiccato il volo.

RECENSIONE DELLO STAFF

In svariate occasioni abbiamo avuto il piacere di ritrovarci nella creatività dell’autrice. Questa, insieme allo stile piacevole, è sempre ottimale e apprezzabile. 

Anche in questo caso, il sentore che abbiamo percepito durante la lettura è altamente positivo. Non vi sono errori grammaticali, il lessico è variegato e esplicativo e la narrazione permette di avvicinarsi molto alle vicende. Le scelte esposte sono state affascinanti, i personaggi ci hanno incuriosito e non ci hanno lasciato a bocca asciutta, benché il testo fosse limitato – per ovvie ragioni per il limite di parole imposto. 

Al termine della lettura abbiamo percepito una forte serenità: lasciamo il racconto con un bel sorriso che dedichiamo alla scrittrice. Grazie per aver partecipato e per averci rasserenate con il tuo testo. Complimenti!

 

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