Trance Alcolica: il racconto di David Berti

Concorso di scrittura creativa a tema: TRANCE ALCOLICA (L’incontro con Jack o’ lantern)

Presentiamo il terzo racconto partecipante al concorso di scrittura creativa indetto da noi. Qui di seguito pubblichiamo il racconto così come ci è stato inviato. In fondo, troverete la recensione dello staff.

halloween concorso

Trance Alcolica

Il locale era pieno. Per riuscire a prendere da bere si doveva fare una noiosissima fila, prima alla cassa per pagare, poi al bancone con lo scontrino in mano. Le persone che passavano urtavano Christian, rovesciandogli addosso schizzi degli intrugli alcolici contenuti nei loro bicchieri. Era innervosito da tutta quella calca. Sarebbe voluto scappare via da quel posto immerso nella penombra, tagliato da fasci di luce laser colorata e da impulsi luminosi di lampade stroboscopiche. Non riusciva quasi a respirare. Desiderava il suo mare, il suo sole. Zucche colorate, illuminate dall’interno e intagliate in modo da creare arancioni sorrisi spettrali, sembravano prendersi gioco di lui. In una trance alcolica che lo faceva fluttuare in una dimensione onirica, le immaginava sghignazzare, capaci di leggere il suo disagio, le sue debolezze, i suoi castrati desideri.

“Care mie, voi sì che siete in contatto con gli spiriti, su quel ripiano tra il whisky e il Jin… ma quelli che alzano i gradi di quelle bottiglie!”, pensò tra sé sghignazzando.

Donne con cappelli da strega e vestite di nero gli passavano accanto catturando la sua attenzione. Più o meno provocanti, a seconda dell’audace variazione alla classica tunica, propria delle compagne dei festini del demonio, risvegliano in lui la voglia di piacere, di conquistare, di possedere. Un trio di ragazze, con il volto celato da maschere e con il corpo sensualmente modellato da aderenti tute in lattice, lo catapultarono in dionisiaci riti orgiastici. Inebetito da quel mentale viaggio erotico, fu scosso dalla voce della barista:

“Ehi! Ci sei? Allora, cosa prendi da bere?”

“Prenderei volentieri una Strega”.

“Non farmi perdere tempo. Guarda quante ce ne sono lì in mezzo. Vai e prendila una… ammesso che ci stia. Cosa vuoi da bere, forza!”

“Guarda che non stavo scherzando. Vorrei veramente un bicchiere di Strega”

Christian aveva cominciato ad apprezzare quel liquore da quando era nato in lui l’amore per la scrittura. Da piccolo lo vedeva,  insieme ai bicchieri di cristallo, nella vetrina del salotto di casa che si apriva solo quando arrivava qualche ospite. Il suo nome, inciso con quei caratteri rossi sullo sfondo giallo, era rimasto impresso nella sua memoria remota di fanciullo.  Tuttavia, la prima volta che decise di assaggiarlo, fu dopo aver visto alla televisione il vincitore, dell’omonimo concorso letterario, berlo direttamente dalla bottiglia. Sarà stato il condizionamento dato dall’associazione artistica, ma fu amore al primo sorso.

“Certo, la bevuta sarebbe veramente in tema con la notte di Halloween, ma purtroppo l’ha finito tutto Cognetti due anni fa, quando si trovò a passare da queste parti…” disse la bella ragazza lasciandosi andare a una spontanea risata.

“Avete clienti interessanti, veri e propri buongustai. Dai, servimi un mojto”.

“Ho finito la menta per l’elisir di Hemingway. Mi dispiace. Te lo preparo lo stesso?”

“No, lascia perdere. Mi sembra d’intuire che anche tu adori leggere”.

“Certamente e sono molto attratta dai ragazzi che, quando ordinano, non lo fanno pateticamente guardandomi le tette”.

“Magari hai il liquore amato da Boudelaire?”

“Mio caro, certo che ho l’assenzio e te lo servo con un goccio di brandy, come lo beveva Toulouse Lautrec”.

“Sciapò! Come ti chiami?”

“Per te sono Zelda. Ricordi? Quella che fece girare un po’ la testa  a Francis Scott Fitzgerald”.

“Anche la mia sta roteando. Pensavo fosse colpa delle bevute, ma guardandoti bene ora capisco il vero motivo…”

“Ecco qua il tuo assenzio. Ora sparisci mio caro poete maudit che mi fai aumentare la fila”.

Christian si allontanò dal bancone cercando di farsi largo tra la folla di mostri ed esseri dannati danzanti al suo di “Hells bells” degli AC/DC. Quel brano sembrava caricarli e farli oscillare come tanti pendoli. Il celebre arpeggio di chitarra di Angus McKinnon Young comunicava un’arcana forza. In particolare il suono delle campane a morto, che fanno da sottofondo al riff iniziale, risvegliavano una carica oscura. Ricordò di aver letto che i rintocchi fossero stati registrati presso un campanile detto Carillion, facente parte di un monumento ai caduti della Seconda guerra mondiale situato in Inghilterra nelle vicinanze di Loughborough, nel Leicestershire.

Si appoggiò a una colonna leggermente defilata, da dove poteva vedere ciò che lo circondava senza dare troppo nell’occhio. Con la sicurezza che gli proveniva dallo stringere in mano il suo bicchiere, riempito con l’alcolico dal caratteristico colore verde,  si sentiva quasi superiore ai ragazzi e alle ragazze che si agitavano in quel pandemonio tragicomico. D’altro lato li invidiava. Avrebbe voluto anche lui essere così leggero e disinibito.

Perché si trovava lì? Già… aveva bisogno di una femmina, di una bella ragazza dal grande seno e dai glutei sodi come meloni. Gli avrebbe certamente permesso di scaricare tutta la pulsione sessuale accumulata da quando Cinzia aveva voluto chiudere con lui. In quel periodo, in cui tutto pareva andare storto e il destino giocare con lui, facendogli credere in cose che subito dopo si rivelavano mere illusioni, la frustrazione, che ne derivava, si trasformava in una profonda inquietudine. Quest’ultima lo spingeva alla ricerca di sesso, come se con esso avesse potuto scacciarla. Quella sera era proprio lì per questo. Quella festa pagana, celebrante i lati oscuri dell’animo umano e gli istinti repressi, poteva rappresentare una buona occasione.

Tuttavia, più buttava giù l’assenzio, più questa brama di voler possedere una donna si affievoliva. Prese a soffermare lo sguardo sui volti delle ragazze. Il loro trucco a poco a poco iniziava a cedere, a sciogliersi. Ebbe l’impressione che i loro occhi non brillassero di gioia. Erano assetati, pellegrini stanchi alla ricerca di qualcosa. Il loro ballo mascherato non era caratterizzato da armonia, da grazia, ma da movimenti convulsi, compulsivi, scoordinati, dati dalla necessità di liberare una tensione ingombrante che soffocava la loro anima.

“Caro mio, questo nettare che hai nel bicchiere ti sta facendo uno strano effetto” pensò tra sé.

“Non sarebbe potuto essere diversamente. E’ stato o non è stato la musa ispiratrice di tanti artisti, che in notti in sua compagnia, hanno saputo scovare la bellezza dietro la corruzione e la sofferenza della vita?” si rispose in un dialogo interiore.

Quando uno scheletro, disegnato con materiale fosforescente su una tuta nera, gli passò accanto, rifletté che la vita era troppo breve per passarla rinchiuso in una prigione autoinflitta, nella speranza di ricevere miele e fiumi di latte da seni prosperosi di generose amanti. Si ricordò che in India le scimmie si catturano mettendo una caramella all’interno di una bottiglia. L’animale infilandovi la mano dentro per prenderla, la chiude a pugno una volta raggiunta, cosicché da non poterla più tirare fuori. E non molla la presa, neanche quando comprende che sta diventando preda dell’uomo. Non avrebbe fatto la stessa fine. Fuori dal locale, vicino al parcheggio, c’era un bel prato. Inoltre il cielo era stellato e la temperatura ancora gradevole per essere fine ottobre. Sarebbe uscito e si sarebbe sdraiato sul quel manto d’erba a godersi la sbornia, trasportato dai suoi pensieri come una barca, a motore spento, dalle onde.

Una volta all’esterno, si avviò lungo la strada di terra battuta coperta di breccia che portava al posteggio. Ai lati, bassi lampioncini dalla luce gialla si susseguivano a intervalli regolari. Più si allontanava dallo stabile, più la musica si dissipava e lui cominciava a sentire lo sfregare dei sassolini sotto i suoi piedi: “fru fru”. Alzò gli occhi al cielo, vide il Grande Carro. Continuò a osservare la volta celeste… ed ecco le Pleiadi! Laggiù il Piccolo Carro! Era il tripudio del firmamento. Sembrava che la via Lattea si fosse data il brillantante per apparire in tutta la sua maestà e bellezza. Emanava così tanta luce da poter essere paragonata agli occhi di una madre che si posano per la prima volta sulla sua creatura dopo il parto. Voleva sdraiarsi. Alla fine della staccionata che accompagnava lateralmente il viale, vide tra due giovani alberelli una zucca illuminata. Inizialmente avvertì una certa inquietudine, ma si fece coraggio e decise di avvicinarvisi. Lo attraeva come il fuoco di un falò. Pensò che gli avrebbe fatto un po’ di compagnia, appena si fosse steso sull’erba,  vagabondando tra visioni oniriche ed elucubrazioni meditative indotte dalla trance alcolica. Ormai era sulla diligenza che vedeva l’assenzio tenere le redini dei cavalli che lo avrebbero guidato in percorsi sconosciuti tracciati tra i meandri della sua mente. Quando fu a un paio di metri dall’ortaggio inciso e rischiarato dalla fiamma traballante posta al suo interno, distinse la sagoma di un uomo seduto.

“Hai una sigaretta da offrirmi?” chiese l’ombra con una voce maschile dall’accento inglese.

Un po’ intimorito e guardingo, Christian rispose accostandosi:

“Certo, che l’ho”.

Sbottonò la tasca del giacchetto di jeans che si trovava all’altezza del petto e tirò fuori un pacchetto di Lucky Strike ancora vergine. Lo aprì levando prima la pellicola trasparente che lo rivestiva e poi strappando la linguetta di carta dorata all’interno.

“Tieni. Vuoi d’accendere?”

“No, non serve”.

L’uomo misterioso si avvicinò alla zucca e utilizzò la fiamma che era al suo interno. In quell’istante in cui fu vicino alla debole fonte di luce, Cristian poté osservare il suo volto. Gli occhi erano azzurri e i capelli sembravano essere di color rame. Imitando il gesto dello sconosciuto, anche lui si accese una bionda. Subito dopo si sdraiò nel prato volgendo lo sguardo al firmamento e facendo cerchi nell’aria con il fumo che espirava.

“Come ti chiami?”

“Jack”.

“Jack… Daniels?” lo provocò Cristian senza malizia, lasciandosi andare a una smorzata risata nasale, prodotta dall’aria spinta nervosamente tra le narici.

“No, Jack Stingy, per gli amici Jack o’ lantern”.

“Immagino tu non sia italiano”

“No, sono irlandese”.

“Che ci fai qui?”

“Aspettavo qualcuno con cui parlare che fosse stufo dell’alcol, della musica… alla ricerca di un po’ di pace”.

“Bene bene, abbiamo qui un buon samaritano”.

“No, tutt’altro. Sono stato per molto tempo un grande ubriacone, frequentatore dei più infamati pub della mia terra, amante delle strane compagnie e delle calde cosce di donne facili. Avendo perso il controllo della mia vita, assecondavo l’oblio inseguendo il piacere dei sensi. Quante volte ho cercato l’equilibrio. Ci ho provato. Mi illudevo di poter fare capriole in aria quando non ero neanche capace di fare una verticale. Così meglio rotolare giù e provare a fregare il mondo che provava a farlo con me”.

“Non credo proprio che tu sia un ingegnere. Che lavoro fai?”

“Ero un fabbro”.

“Ora non lo sei più? Che fai nella vita per sopravvivere?”

“Diciamo che sono una specie di consulente”.

“In che ramo?”

“Quello delle anime perse, alla ricerca di ristoro e d’amore”.

“Bel salto… da maniscalco a psicologo. Hai comprato la laurea su Amazon?” pronunciò queste parole scoppiando in una spontanea risata e proseguendo, “E’ vero che sono ubriaco, ma non esagerare”.

“Vediamo se riesco a farti capire. Perché sei uscito dal locale?”

“Mi era venuta la nausea di tutta quella gente, di quella grottesca commedia malincomica

“Perché eri lì? cosa cercavi?”

“E’ un periodo difficile. Un lavoro portato aventi per otto ore al giorno che non mi dà motivazioni, in cui non credo. Schiavo di procedure talvolta inefficaci e inefficienti, solo protratte per il controllo del sistema da parte dei capi. Nessuna possibilità di autogestione e valutazione sui risultati. Ho la sensazione di essere una macchina guidata male e trattata peggio, mentre sento il tempo scorrere. Avrei voglia di curare di più, di vivere più consapevolmente le relazioni con i miei familiari e i miei amici, ma mi ritrovo sempre a gestire le interazioni con loro in modo compulsivo a causa dell’ansia che mi pervade. La mattina appena alzato, sembra essersi dissolta nel corso della notte, vomitata fuori prima di prendere sonno con conati dell’anima ripiegata su se stessa. Ma poi rifiorisce durante il giorno, perso in una routine condotta nel ruolo di un personaggio non mio, attore di un dramma che mi dà la nausea. Inoltre ci sono rapporti sentimentali improbabili in cui cerco libertà, comprensione, accettazione e invece trovo volontà di controllo da parte del partner. Quindi perché ero lì? Volevo evadere, prendere un’ora d’aria, sentirmi vivo, trovare la complicità di un’altra anima nel comune bisogno di rubare il calore dei reciproci corpi”.

“Allora perché sei uscito fuori?”

“Più saliva l’alcol e più mi sentivo estraneo a tutto quel mondo. Volevo amore. Anche se il mio basso ventre era scosso da pulsioni sessuali, il cuore reclamava tenerezza e vera libertà”.

“Bene. Ti puoi ancora salvare” Jack disse queste parole sfiorando, quasi accarezzando la zucca illuminata.

“In che senso?”

“L’aggressività serve nella lotta per ciò che desideriamo ed è, nella maggior parte dei casi, associata alla spinta sessuale. Pensa agli animali, ai loro combattimenti nella stagione degli amori. Rischiano la morte per l’accoppiamento, quando potrebbero starsene tranquilli. Tuttavia il loro fine è la riproduzione. Quello che ti ha mosso stasera e in tante altre sere è solo la reminiscenza di un meccanismo sviluppato dall’evoluzione, nel corso di milioni di anni, per preservare la vita e rigenerarla. Però l’uomo è l’unico essere vivente che può gestire queste dinamiche con la coscienza e il pensiero. Ha la capacità di elevarsi agli Dei rifiutando di rispondere alle pulsioni, ossia alle leggi terrene”.

“Sai… vorrei farla finita di sprecare tempo e soldi in luoghi come questo, in cui alla fine ci sto scomodo. Preferirei viaggiare, vedere posti nuovi, magari insieme a una ragazza con cui vado d’accordo. Con cui non ci sarebbe bisogno di scolarsi una bottiglia di whisky e fumare pacchetti di sigarette, ma basterebbe una bottiglia di buon vino rosso, per farci volare di fronte a un tramonto”.

“Perché non lo fai?”

“Perché oggi è difficile mettere su buon rapporto. Non ti puoi fidare e se lasci un rapporto aperto alle donne non gli sta bene”.

“Qual è il problema? La fiducia?”

“Si, magari tu fai tutte le cose per bene e lei di nascosto le combina nere”.

“Sai l’amore è proporzionale alla capacità di perdonare”.

“Sii più chiaro”.

“Se non riesci a perdonare, non vuoi bene a quella persona, vuoi bene solo a te stesso, al tuo ego, alle tue aspettative. Amare è donare. Per amare si deve essere forti”.

“Si vede che sono fottutamente debole”.

“Non devi avere paure, potresti rischiare di vagare per sempre senza meta, assetato e irrequieto, preda del malessere della tua anima. Sai un giorno mi trovavo solo al bancone di un pub a bere whisky. Il barista stanco di servirmi tutte le volte da bere, mi aveva lasciato la bottiglia e si era messo a fare le pulizie del locale, vista l’imminente ora di chiusura.  Con la testa appoggiata al braccio steso sul banco del bar, mi sentii toccare una spalla. Sobbalzai, non avendo sentito avvicinarsi nessuno. Era un uomo distinto, vestito elegantemente. I suoi occhi erano scuri, impenetrabili, magnetici. Era impossibile evitarli. Sembrava che ti potessero leggere dentro. Quell’individuo mi turbava, ma allo stesso tempo mi seduceva, mi attraeva. Aveva una dentatura perfetta con dei canini pronunciati che sembravano essere appuntiti. Nonostante il mio forte odore di alcol, potevo percepire il suo inebriante profumo, maschio ma accattivate. Tutto in lui emanava forza, sicurezza”.

A questo punto Jack, mentre raccontava, rivisse tutta la scena come in un flash back. Gli sembrò di essere risucchiato da una tunnel spazio temporale…

“Caro il mio Jack… Sono passati tre anni da quando hai maledetto e rinnegato Dio. Ti ricordi? Quella sera che la tua donna scappò con un altro, un mese dopo che perdesti il lavoro. Mi rivengono ancora in mente alcuni epiteti con cui apostrofasti la Mamma di suo Figlio”.

L’uomo misterioso a questo punto si lasciò andare a una risata eccessiva, dopo di che, fischiettando, fece un cerchio con il pollice e l’indice della mano sinistra infilandoci più volte il medio della destra.

“Come fai a sapere il mio nome e soprattutto cosa vuoi da me? Vattene all’inferno e lasciami godere la mia sbronza!”

“Con piacere caro mio. Anzi ci andremo insieme. Sono venuto a prendere la tua anima”.

“Sei un pazzo scatenato”.

“Cerca di frugare tra i tuoi ricordi. Quella sera dicesti che Dio non è un essere bello, sempre che esistesse, e che Lucifero aveva fatto bene a rivoltarsi contro lui e le sue leggi. Inoltre aggiungesti che se ti avrebbe dato donne, soldi, potenza e furbizia, saresti stato felice di vedergli l’anima. E ora eccomi qua! Sono venuto a prendere ciò che mi spetta. In questi anni hai avuto corpi voluttuosi di femmine meravigliose, sei naufragato nel mare di ogni genere di vizio, hai raggirato il tuo prossimo per assecondare i tuoi fini in un modo impeccabile. Sono veramente orgoglioso di te”.

Jack si tirò su, cercando di stare dritto con il busto.

“Bene. Se sei veramente il diavolo, concedimi un ultimo desiderio. Ho finito i soldi e voglio ancora bere. Trasformati in una moneta. Mi farò un’ultima bottiglia di scotch, pagherò e verrò con te”.

“Sei stato talmente dissoluto in questi anni che voglio proprio accontentarti”.

A quel punto l’uomo sparì e Jack si accorse che sul bancone si era materializzato ciò che aveva chiesto. Non ebbe esitazioni. Si levò dal collo la sua catenina, la quale aveva come pendente un piccolo crocifisso d’argento, e l’avvolse intorno alla moneta, mettendola in tasca.

Dopo alcuni istanti sentì nella sua testa la voce di satana che lo pregava di liberarlo. Lui avrebbe accettato se l’essere infernale avesse rinunciato alla sua anima. Il patto fu stretto.

A questo punto l’irlandese sembrò come destarsi da un sogno e tornare consapevole di dove si trovasse. Proseguì volgendo lo sguardo a Christian, il quale aveva il volto leggermente illuminano dalla traballante luce arancione e con disegnata sopra un’espressione fra il perplesso e l’incredulo:

“Per anni continuai a condurre la mia vita dissoluta. Nel momento in cui appagavo i miei istinti, potevo provare piacere, ma subito dopo bramavo di bere nuovamente dalla coppa del vizio. Non importava quanto avessi preso o fatto, ciò non serviva a saziarmi, a darmi pace. Il mio corpo si imbrutiva sempre più e specialmente i miei occhi si spegnevano. Non riuscivo più a guardarmi allo specchio. Quando dopo dieci anni morii a causa di una polmonite…”

“Dai, falla finita di dire queste cretinate. Vorresti dire che tu sei un fantasma?” lo interruppe Christian, “Va bene, oggi è la notte di Halloween. Posso stare anche ad ascoltare questo tipo di racconti. Inoltre devo dire che hai una fervida fantasia”.

“Credimi o meno, ma stammi a sentire. Smesso di respirare, mi sentii sollevare sopra il mio corpo. Lo potevo vedere dall’alto. Subito dopo degli esseri scuri, simili a ombre, mi avvolsero e mi portarono alle porte dell’inferno. Qui bussai. Mi aprì il demonio incontrato anni prima.  Ricordando come lo avessi truffato, non volle farmi entrare. Irato prese la prima cosa che gli capitò a portata di mano e me la scagliò chiudendo il battente. Presi il tizzone e lo misi dentro una zucca che stranamente trovai in quel mondo di mezzo tra la terra e il cielo. Non voluto da Dio e dal suo antagonista, con la debole luce che emanava da quel pezzo di brace, cominciai a vagare tra l’oscurità. Ebbi molto tempo per riflettere. Capii che nella vita non è importante cosa hai o quanto ottieni. In verità, devi capire cosa realmente desideri, essere consapevole di qual è la tua mission e crearne la visione dentro di te. Non puoi scegliere una direzione, se non hai chiara la meta. Un indicatore, di ciò che tu realmente sei e vuoi, è il cuore. Ci devi essere collegato. Perseverare ad ascoltarlo anche quando tutto ti sembra contro e gli altri ti denigrano. Quando fai ciò che ami non senti stanchezza, incassi le sconfitte, non sei influenzato dai giudizi altrui. Sei padrone della tua vita. Capito ciò, pregai Dio non per accogliermi nella luce, ma di darmi l’occasione di ritornare sulla terra per aiutare le anime che naufragano nel mare della sofferenza. Volevo essere il loro faro per indicarle il porto dove poter attraccare. Mi fu concesso di tornare nelle notti di Ognissanti. Con sorpresa, da quando ho abbracciato questa mia mission, mi sento vivo, rigenerato a una nuova esistenza, appagato, anche se per il resto dell’eternità devo vagare per 364 giorni all’anno nell’oscurità. Sai, ogni volta che aiuto una persona a ritrovare se stessa, la mia esistenza prende senso”.

“Meravigliosa storia, Jack o’ Lantern!”

“Tu non mi credi. Giusto che sia così, ma guarda chi sta arrivando… la signorina del bancone che ama leggere. Perché non la inviti domani a fare due passi al mare con te? Magari potrebbe nascere una simpatia che ti aiuterà a ritrovarti”.

“Ma come fai a sapere di lei?”

Christian si girò verso lo strano uomo, ma con suo stupore sembrava essersi dissolto nel nulla. Era rimasta solo la zucca. Pensò che l’assenzio gli avesse giocato veramente un brutto scherzo.

“Che ci fai qua tutto solo? Dovrei essere spaventata di trovarmi davanti a un maniaco? Non credo, al più sei un bizzarro pazzerello. Ma la sana pazzia e la stravaganza mi sono simpatiche”.

“Mi hai riconosciuto?”

“Come faccio a dimenticarmi la faccia di uno che mi chiede un bicchiere di Strega e conosce colui il cui pensiero ha influenzato i poeti maledetti francesi e gli scapigliati italiani?”

“Sei simpatica. Che ne pensi se ci scambiamo i numeri di telefono e domani ci mettiamo d’accordo per una passeggiata al mare… per fare due chiacchiere?”

“Potrei anche accettare, qualcosa mi dice che non sei pericoloso e poi voglio sapere un po’ di te. Mi piace sentire il racconto delle vite altrui. E’ come leggere un libro, ma il tutto è reso ancora più coinvolgente dalle espressioni del volto, dall’intonazione della voce, dalla luce negli occhi del narratore”

“Allora ci sentiamo?”

“Ok, passeggerò con te, curiosando nella tua vita”.

RECENSIONE DELLO STAFF:

Il racconto si compone di un forte equilibrio tra parti narrate e discorsi diretti. L’autore dimostra una buona capacità narrativa, un lessico variegato e la saggezza nella costruzione del testo. 

I personaggi sono affascinanti e hanno la capacità di condurre il lettore fino all’ultima parola. Grazie alle motivazioni sopra citate, la lettura non è affatto pesante ma scorre fluida e senza intoppi. 

Il lettore riesce a comprendere ciò che viene esposto fin da subito, risulta facile mettersi nei panni del protagonista. La parte più piacevole del racconto è di sicuro quella dedicata all’incontro con Jack o’ lantern, condita da dialoghi degni di essere chiamati tali e che hanno il potere di attrarre lo “spettatore”. È sempre in questa parte della storia che vi è una buona compagine psicologica e introspettiva che dà al testo un ulteriore punto a favore, con il quale sembra chiudersi il cerchio della vicenda.

Il finale è aperto ma si può tranquillamente immaginare un futuro, in base alla propria coscienza e alle proprie aspirazioni. 

Insomma, facciamo i complimenti all’autore. Buon lavoro, caratterizzato da molteplici e fondamentali passaggi che hanno reso il tutto decisamente completo. 

Ringraziamo per la partecipazione e speriamo che sia stato piacevole. 

P.s: grazie per il aver citato il nome del blog nell’ultima riga del testo!

 


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