Samantha Carraro: concorso di scrittura creativa

Concorso di scrittura creativa: racconto di Samantha Carraro

Qui di seguito potrete leggere il racconto ideato dalla scrittrice Samantha Carraro, partecipante al concorso di scrittura creativa indetto da noi.

Il racconto è stato riportato così come ci è stato inviato, senza alcuna variazione.

Al termine dell’articolo, subito dopo il racconto, vi è la recensione dello staff.

Incipit fornito dallo staff:

“Tic. Tic. Tic.”

Sembrerebbero goccioline d’acqua. Piove. Un’amara meraviglia pervade e mi accende l’animo. Mi chiedo come faccio a riconoscere questo rumore, persino a dargli un nome. Un momento, mi serve un momento per pensare. Una goccia tiepida mi cade sulla fronte; non riesco ad aprire gli occhi, le mie palpebre sembrano incollate. Sento il mio corpo: c’è, ma non riesco a muovermi. Sono come paralizzato.

Non recepisco alcun dolore, non è quella la sensazione che ho in circolo. Tento di far spazio nella mia mente, alla ricerca di ricordi. È tutto così buio.

Provo a muovere la bocca, con rabbia ascolto quelli che sembrano essere solo suoni confusi e privi di significato. La mia capacità di parlare non è al passo con i miei pensieri. Un’altra goccia mi cade sul viso, d’istinto mi sforzo di aprire gli occhi.

“Aaaaah!” Emetto un rantolo di dolore, ho commesso uno sbaglio. Aprire le palpebre in quel modo è stato come permettere a fiamme ardenti di penetrare nel mio sguardo. Il dolore sembra aver risvegliato i miei muscoli, così le mie mani raggiungono il mio viso e lo stropicciano tastandone la consistenza: tento di riportarmi alla realtà. Cerco di abituarmi pian piano al fascio di luce che entra dalla finestra. Mi guardo intorno, non capisco dove sono.

Inspiro. Un fetido odore mi invade i polmoni. Ho caldo. Troppo caldo, il sudore mi cola dalla fronte come una cascata. Guardo fuori, il sole sembra sfociare in un pallido tramonto. Solo quando la parete alla mia destra comincia a prendere fuoco, mi accorgo che quel posto sta bruciando.

Sento un peso sul petto, fatico a respirare. Ma non è unicamente colpa dell’ossigeno che comincia a mancare, ho qualcosa sul torace. È un oggetto rettangolare, morbido, rivestito di pelle. Un libro, un diario, qualcosa del genere. Raccolgo ogni briciolo di forza che sento di avere e provo ad alzarmi.

Mi trascino verso la porta, procedo a tentoni per trovare una via d’uscita. La mia vista è ancora annebbiata. Sbatto contro le pareti roventi, tengo stretto quel libro per non perderlo e tento di trovare una via d’uscita. Non riesco più a reggermi in piedi, respiro a fatica, parte del mio corpo sembra non rispondere ai miei comandi.

Mi butto sull’ultima porta che si apre mostrandomi un nuovo mondo. Sento i raggi del sole sfiorare la mia pelle. Accarezzo le cuciture di quel libro che custodisco preziosamente, tenendolo stretto. Inspiro un’ultima boccata d’aria fresca prima di chiudere gli occhi e riposare, anche solo per un istante.

 

 Racconto scritto dall’autrice Samantha Carraro:

 

Sento il mio corpo rilassarsi, consapevole del pericolo scampato per poco. Ringrazio il cielo per essere riuscito ad uscire da quel luogo avvolto dalle fiamme. Inconsapevolmente stringo le braccia al corpo per assicurarmi di essere intero e mi riscuoto all’improvviso. Sto ancora stringendo il libro. Mentre lo allontano quel che basta per osservarlo meglio, la mia mente si riempie di domande. Dove mi trovo? Perché ero privo di conoscenza in una stanza che stava andando a fuoco? Di chi è il libro? Perché ce l’ho io? Ma soprattutto, che sta succedendo? Sento l’ansia che mi stringe la gola allora, nel tentativo di calmarmi, chiudo gli occhi ed inspiro ed espiro un paio di volte. Appena sento di essere riuscito a recuperare una parvenza di controllo riapro gli occhi e fisso il libro. È marrone, privo di immagini, di buona fattura. Sembra stato creato con molta cura. Passo delicatamente una mano per sentire di che materiale è fatto. Sembra cuoio, le cuciture sono state fatte con tanta cura e usando un filo dello stesso colore del cuoio. Se non avessi avvicinato il viso per controllare sarebbe passato inosservato. Quello che invece risalta è il titolo, in corsivo, di un colore dorato. Lo fisso intensamente e, in un sussurro, leggo: «Per non dimenticare». Lo pronuncio con così tanta emozione che sento gli occhi inumidirsi e il cuore contrarsi nel petto. Non so spiegarmi perché quel titolo mi procuri così tanta emozione. Sarà forse perché, al momento, la mia memoria sembra essere stata resettata? Con un gesto rabbioso getto il libro lontano da me. Mi guardo intorno con disperazione. Ma dove sono finito? So che dovrei essere più razionale, che dovrei effettuare una ricognizione del luogo, cercare eventuali indizi circa la presenza di altri esseri
viventi come si vede fare nei film d’azione o nei documentari che parlano di sopravvivenza, ma proprio non ci riesco. Continuo a sforzare la mente alla ricerca di qualche ricordo ma, a parte il luogo da cui sono scappato, non rimane altro che il buio. Sospirando, decido di guardarmi intorno per quanto lo consenta l’oscurità in cui mi trovo. Se almeno ci fosse la luna potrei usufruire del suo chiarore per scorgere l’ambiente circostante. Aguzzo la vista e dopo qualche istante di completa cecità, riesco finalmente a scorgere qualcosa. Sono seduto in una radura, in prossimità di un boschetto o almeno così mi pare. Alla mia destra, a circa cento metri, i resti del luogo in cui mi trovavo. Lo intuisco dal leggero chiarore emanato dalle braci di quella che doveva essere una piccola costruzione in legno. Mi stupisco di essermi allontanato così tanto ma poi, riflettendoci meglio, concludo che in tutta quella situazione non c’è niente di normale. Continuo l’osservazione. Alla mia sinistra mi sembra di scorgere un sentiero che costeggia un corso d’acqua. Anche questo lo deduco dal rumore dell’acqua che sento nel silenzio dell’oscurità. Il mio sguardo viene poi calamitato in un punto non ben definito difronte a me e sento, anche senza averlo visto, che lì si trova il libro che poco prima ho gettato lontano. Muovendomi a gattoni mi avvicino e afferro senza esitazioni il libro. Anche se poco prima l’ho scagliato lontano, mi rendo conto che forse è l’unico indizio che mi potrà aiutare a capire qualcosa di tutta questa assurda situazione. Un turbine di domande vortica nella mia mente. Già il titolo da solo sembra il frutto di una misteriosa coincidenza. Mentre sto meditando su come lo potrei leggere, dato che mi trovo immerso nella notte, le nuvole, come d’incanto, si aprono lasciando sbucare una splendida luna. Rimango per un momento incantato ad osservarla. Mi stupisce sempre la sua quieta bellezza, quel tenue chiarore che l’avvolge di fascino e mistero. Credo sia proprio un segno del destino, il segnale che aspettavo senza saperlo da quando ho aperto gli occhi in quella stanza che stava bruciando. Con questa nuova speranza, sollevo la copertina e inizio a sfogliarlo. Al contrario di quanto mi ero aspettato, è scritto a mano. Questo spiega perché mi era parso molto originale e ben curato. Per precisare dovrei dire che è più una raccolta di pensieri, con tanto di foto, che ritraggono diversi soggetti e luoghi. La scrittura è ordinata e ben leggibile, con bizzarri ghirigori alla fine di ogni parola. Se dovessi scommettere sul genere della persona che lo ha scritto, direi che è stata una donna. Solo una donna può possedere così tanta grazia ed eleganza e riuscire a trasmetterla attraverso l’inchiostro. A colpirmi è la frase iniziale. “Affinché tu possa ricordare che in un tempo e in luogo siamo stati felici”. Mi fermo e rifletto assorto. La mia mente, che fino a poco fa era alla ricerca di risposte circa la mia strana presenza in quel posto, ora comincia a fantasticare. Forse il libro è stato scritto da una persona innamorata, tradita e lasciata da quello che pensava fosse l’amore della sua vita, e ora gli scrive per cercare di riconquistarlo. O forse si tratta di una persona gravemente malata che vuole andarsene ricordando a chi resta che insieme hanno vissuto anche bei momenti. Sto ancora cercando di interpretare la frase quando, una foglia secca cade tra le pagine aperte del libro che ho appoggiato sulle ginocchia. La osservo incantato e, senza sapere come, mi vedo in un giorno d’autunno seduto ai piedi di un albero imponente. Distesa tra le mie gambe con la nuca appoggiata al mio petto, una donna dai capelli ramati mi sta parlando delle foglie che, secche, cadono dagli alberi e danzano graziosamente nel vento prima di posarsi al suolo. Ha una voce gioiosa, calda e dolce che fa fremere il mio cuore. L’avvolgo nel mio abbraccio mentre lei, sospirando felice, solleva la mano con cui stringe delicatamente lo stelo di una foglia. Seguo il movimento per poterla vedere meglio ma proprio allora la luce del tramonto dietro di essa mi costringe a chiudere gli occhi. Quando li riapro mi rendo conto di essere ancora seduto in mezzo alla radura, vedo la foglia sopra il libro e capisco che, grazie a lei, sono riuscito a ricordare qualcosa. Ma da dove sbuca questo ricordo? Chi era la donna che stringevo a me? Il cuore mi si contorce nel petto e sembra volermi parlare. Credo ricordi qualcosa che la mia mente sembra aver perduto. Non ricordare mi infastidisce e mi inquieta. Mi sento perso e solo in questo vasto buio. A spaventarmi di più non è la notte che mi circonda ma quella che riempie la mia anima. Mi sento impotente di fronte ad essa, in balia di emozioni che non
riesco a controllare. E proprio l’ansia comincia prepotente a serpeggiare nel mio petto mentre cerco in ogni modo di arginarla. Soffio via la foglia e con la mano allontano eventuali residui lasciati sul foglio. Compiendo questo gesto mi illudo di poter scacciare il ricordo che ha evocato. In fondo a che mi può servire se non a rendermi consapevole della mia totale mancanza di memoria? E se non dovessi più ricordare? Non posso soffermarmi a pensare a questa eventualità così funesta. In tutta fretta giro un’altra pagina e vi trovo una foto. Quest’ultima ritrae due persone strette in un abbraccio che guardano sorridenti l’obiettivo della macchina fotografica. Appaiono felici e spensierate, sembrano molto innamorate. I loro occhi luccicano così tanto da sembrare illuminati da dentro. Io conosco quelle persone. L’uomo bruno, dagli occhi azzurri e il sorriso sereno e smagliante sono io. La donna dai capelli ramati e gli occhi di un caldo marrone e il sorriso più radioso che io abbia mai visto, è la stessa del mio ricordo. «Chi sei?» chiedo in un soffio mentre faccio scorrere un dito sopra i volti della foto come se, toccandoli, questi possano evocare altri ricordi. Passa qualche istante e non succede nulla. Sospiro deluso. Con sarcasmo mi chiedo che cosa mi aspettavo succedesse. Nemmeno il resto della pagina mi è di grande aiuto. A parte qualche cuoricino di cartoncino incollato qua e là, vi è solo una data. Nemmeno questa mi aiuta. Ritorno a fissare la foto in cerca di qualche altro indizio. Niente da fare, giro un’altra pagina. Trovo una foto e qualche riga di accompagnamento subito sotto. La foto questa volta non mostra alcun volto. Inquadra un lago le cui acque sono verde smeraldo. Leggo subito cosa vi è riportato sotto. “Gita al lago. Ho visto i tuoi occhi riflessi nelle acque del lago e, immergendomi in esse, ho avuto l’illusione di essere avvolta dal calore del tuo sguardo”. Poche parole ma piene di sentimento. Mi ritrovo a respirare con affanno. Il mio cuore sembra un tamburo nel petto. Lo sento persino nelle orecchie tump tump tump. Non saprei dire perché, ma so con certezza che le ha riconosciute. Sono state scritte per me, ne sono più che sicuro. Sorrido raggiante per la prima volta dal mio risveglio. Non ricordo ancora nulla e anche se cerco di non dimenticare che non devo illudermi perché potrei anche sbagliare, quelle poche parole mi gonfiano il cuore di un’emozione strana. Un misto di gioia e dolore. Di speranza e aspettativa. Mi affido ad essa per cercare di evocare altri ricordi ma non funziona. Mi arrabbio con me stesso per la mia incapacità di ricordare. Come si fa a non ricordare chi ti ha amato e che ti ha dedicato queste parole? Come posso non ricordare la donna che amo? Volto un’altra pagina mentre un tumulto di emozioni, che non voglio analizzare, tormenta il mio animo. Nella pagina che segue vi trovo una piccola foto stropicciata. Mi chiedo come mai sia ridotta così. Sposto l’attenzione dalla serie di crepe che percorrono la foto al suo contenuto. Riesco a distinguere la sagoma di un uomo ma non a scorgerne il viso. Avvicino la foto e ci riprovo. Purtroppo la combinazione di poca luce e di increspature non mi consentono di ottenere risultati migliori. Non sono sicuro di essere io ma non ho la possibilità di scoprirlo, almeno non nell’immediato futuro. Rassegnato sposto lo sguardo verso le poche righe sotto la foto. “Il fuoco nel camino ci riscalda e ci protegge dal freddo dell’inverno ma nulla riscalda il mio cuore come la fiamma del tuo amore. Quando mi stringi forte so di essere la persona più fortunata del mondo. Se ho te vicino nient’altro avrà importanza”. Non riesco a capire che cosa centrino queste parole con la foto dello sconosciuto. Stizzito riscontro che, nella foto, di un camino non ce né nemmeno l’ombra. Sbuffo spazientito, questo gioco degli enigmi mi sta stancando. «Se volevi che ricordassi perché non hai lasciato più dettagli?» ora parlo ad alta voce da solo, mi sento uno stupido. Mi guardo intorno imbarazzato ma, tralasciando il canto dei grilli e delle cicale, lo scrosciare dell’acqua e qualche sporadico richiamo di un uccello notturno, tutto tace. Ritorno a fissare insistentemente la foto e cerco di focalizzare quell’uomo. Ancora nessun risultato. Sento la rabbia bruciarmi nel petto e arrivare accecante agli occhi così alzo lo sguardo per posarlo verso l’orizzonte in modo da poter dissipare il calore bruciante che vi sento ardere dentro. Un sorriso sardonico dipinge il mio volto. «Lo sapevi che mi sarei arrabbiato…lo sai meglio di chiunque altro altrimenti non avresti messo la foto che mi hai scattato a tradimento e che io ho cercato di gettare Sarah». Chiudo gli occhi desolato, ormai svuotato anche
della rabbia che mi ha animato poco prima. Poi li riapro di scatto proprio nel momento in cui il mio cuore comincia ad accelerare. È come se solo ora il suono delle mie stesse parole fosse giunto al mio cervello. Realizzo di aver detto qualcosa di importante. Sarah. Ripeto quel nome come un mantra. Ora ricordo quella foto. L’ha scattata a mia insaputa un giorno in cui stavamo discutendo nel salotto di casa. Più che altro io discutevo furibondo mentre lei fingeva di essere seria e non riusciva a nascondere un sorriso divertito e compiaciuto allo stesso tempo. Eravamo stati al supermercato poco prima e mentre io cercavo un inutile profumatore per vestiti tra una marea di prodotti pressoché inutili, un bellimbusto avvicinava la mia Sarah con la scusa di non capirci niente di passate di pomodoro e non so che altre sciocchezze. Quando finalmente ero riuscito a trovare proprio il profumatore che lei voleva e l’avevo raggiunta, mi ero accorto con crescente fastidio della presenza di quell’uomo. Non so spiegare la marea di emozioni che mi avevano colpito in quell’istante. Rabbia, gelosia, possesso, un mix scoppiettante di sentimenti che mi aveva accecato e che mi aveva spinto a raggiungerli, posare una mano sul fianco di Sarah e posarle un bacio tra i capelli tutto mentre fissavo gelidamente l’uomo intimandogli, in un muto messaggio, di lasciare stare la mia donna. Ringraziando si era allontanato, Sarah si era voltata nella mia direzione incrociando le braccia sul petto e guardandomi con un sopracciglio alzato mi aveva detto «Cosa ti è preso?». Sarebbe stato tutto più semplice se avessi ammesso semplicemente di essere geloso ma io, orgoglioso e testardo e soprattutto convinto che ammetterlo mi avrebbe reso un debole, avevo semplicemente alzato le spalle in un gesto incurante e avevo risposto «non lo sopportavo» e poi mi ero allontanato. Lungo il tragitto verso casa mi aveva punzecchiato in tutti i modi possibili nel tentativo di farmi confessare di essere geloso. Avevo resistito stoicamente fino a quando, in quel salotto, aveva cominciato a parlare dell’uomo del supermercato con voce vellutata. Come uno stupido ero caduto nella sua trappola e senza più alcun freno avevo iniziato a inveire contro di lui e tutti quelli che la avvicinavano. Mentre sorrideva compiaciuta nell’avermi finalmente fatto cedere e nell’aver potuto appurare la mia gelosia, mi aveva scattato quella foto con il cellulare e me ne ero accorto solo qualche settimana più tardi, quando l’avevo vista sopra il tavolo della cucina. Di getto l’avevo presa e accartocciata. Non sopportavo l’idea che lei tenesse una mia foto in quelle condizioni. Gli occhi carichi d’ira, le narici dilatate e le braccia alzate mentre gesticolavo animatamente. Mi disgustavo perché non ero stato in grado di dominare il mio lato oscuro, quel lato primitivo che temevo l’avrebbe allontanata inevitabilmente da me. Era giunta in quel momento e senza dire niente mi aveva preso le mani tra le sue, aveva scostato con gentilezza e fermezza le mie dita che ancora stringevano la foto, l’aveva presa e sistemata meglio che poteva. A un certo punto i suoi occhi si erano posati nei miei e mi aveva detto «questa foto è importante per me…mostra il lato di te che mi tieni nascosto. Io ti amo e questo significa che riesco ad accettare tutte le tue sfaccettature». Aveva poi preso la foto e, alzandola nella mia direzione aveva mormorato con un sorriso triste «ti sembrerà sciocco ma volevo solamente che mi dicessi di essere geloso. Ne avevo bisogno per avere la certezza che sono importante per te. Questa mi serviva per ricordarmelo». Avevo sentito il cuore esplodermi nel petto impazzito. Non le permisi di allontanarsi, l’afferrai per un braccio e la tirai verso di me, tra le mie braccia. La strinsi così forte che per un attimo ebbi paura di averle fatto del male. L’avevo baciata e rassicurata. Per me non esisteva nessun’altra. Eravamo poi finiti tra le lenzuola dove, dopo qualche tempo, mi aveva confidato la frase con la quale avrebbe accompagnato la foto. Ora, nel silenzio della notte in questo luogo ignoto alla mia memoria, mi ritrovo senza volerlo a piangere. Piango tutte le lacrime che ho trattenuto sino ad ora. Quelle per l’ansia della mia incapacità di ricordare e per quella donna, Sarah, che ricordo solo a tratti ma che ora, pur non essendo qui, mi tiene compagnia con le sue parole piene d’amore. Temo per lei, ho paura possa soffrire per me. Di sicuro non merita questa sofferenza. Riuscirò mai a ritrovarla? E lei mi starà cercando? Ancora lacrime scendono dai miei occhi e non faccio niente per trattenerle. Le lascio libere di parlare, di raccontare tutta la mia delusione e le mie paure. Scivolano fredde sulle mie guance ma non riescono
a placare il fuoco che mi sta divorando l’anima. La luna beffarda mi guarda «stai ridendo di me?» le chiedo con astio. So che non è lei la responsabile dei miei mali ma è l’unica che, per ora, mi può ascoltare. È l’unica che assiste silenziosa il mio pianto, la mia disperazione. Asciugo le lacrime con il dorso della mano e sorrido quando mi sovviene la mia dolce e forte Sarah che mi incoraggia a non trattenere le emozioni. Se mi vedesse ora non so che cosa direbbe. Forse sarebbe orgogliosa di me perché, finalmente, ho avuto il coraggio di essere un essere umano, vulnerabile come chiunque. Chiudo il libro quando sento la stanchezza impossessarsi del mio corpo. Ritengo opportuno riposare così domani sarò più tranquillo e riacquisterò il controllo della situazione e saprò nuovamente domare questa tempesta di emozioni. Potrò mettere ordine tra quello che ho scoperto di ricordare e quello che ancora mi rimane ignoto. Mi distendo sull’erba soffice poggiando il libro sopra il petto e mettendo le braccia sotto la testa come un cuscino. Comincio a far vagare lo sguardo verso la volta celeste. Non ho mai visto niente di così bello. Milioni di piccoli puntini luminosi sono incastonati nel blu della notte, le stelle. Strano come risultino essere le stesse anche se sei mille miglia lontano da casa. Brillano nello stesso posto e ci osservano, ignare dei nostri pensieri. Che meraviglia. Così lontane eppure così vicine. Ho nostalgia di casa, di te Sarah e di noi ma so che, se potrò guardare le stelle, sarà come essere lì vicino a te. Niente mi sembrerà così lontano se le potrò ammirare. Mi aiuteranno a ricordare che saremmo uniti per sempre anche se ci troviamo in luoghi diversi. L’amore non conosce confini, parla una lingua universale e la luce delle stelle me lo sta ricordando. Apro gli occhi quando il sole sta iniziando ad accarezzare con i suoi raggi la vegetazione. Il cielo è di un colore indefinito tra l’azzurro, il rosa, il blu e il giallo. Non potrei descrivere tale bellezza nemmeno se ci provassi altre dieci volte. Per un attimo mi sento smarrito mentre scruto intorno a me senza riconoscere nulla. Piano piano però si fa largo dentro me il ricordo di ciò che è accaduto ieri. Il mio risveglio in una stanza che sta andando a fuoco, l’incapacità di ricordare, il libro misterioso che mi sta svelando un poco alla volta pezzi della mia vita affinché possa ricostruire la mia storia. Sarah. Sospiro profondamente mentre cerco di evocarla mentalmente. Ritorno ad analizzare l’ambiente in cui mi trovo visto che ora ho a disposizione la luce. Sono effettivamente in una radura con un bosco al limitare. Il ruscello non posso ancora vederlo ma ne sento chiaro il rumore. Mi alzo e mi avvicino ai resti della costruzione in legno. Ho come la sensazione di conoscere quel posto, qualcosa di indefinito mi risulta familiare. Comincio a passeggiare perso nei miei pensieri quando vedo un piccolo cofanetto di velluto blu tra l’erba, a metà strada da dove ero steso a dove ci sono i resti della costruzione. Mi chino a raccoglierlo e nell’esatto momento in cui le mie dita toccano l’oggetto, si apre la scatola dei ricordi. È come se all’improvviso fosse stato acceso un interruttore. Una miriade di ricordi invade la mia testa e per un attimo mi sento tramortito dalla forza con cui spingono per farsi vedere tutti insieme. Stordito stringo forte gli occhi per paura che possano uscire e farmi ripiombare nel buio. Per fortuna non accade. Riesco finalmente a quietare questa confusione e comincio a scorrerli trepidante. Ora ricordo da dove vengo, chi sono, perché ero lì e via dicendo. Il mio nome è Adam, ho trentadue anni, un buon lavoro e sono follemente innamorato di Sarah da quando, quattro anni fa, ho incrociato i suoi occhi attraverso il vetro di una libreria. Da allora ho passato ogni istante ringraziando il cielo per aver avuto la fortuna di incontrarla. Ricordo la casetta di legno nascosta tra i boschi dove per la prima volta le ho confessato il mio amore. Quel giorno stavamo passeggiando mano nella mano quando l’avevamo scorta. Gli occhi di Sarah brillavano così tanto per la gioia di quella scoperta che non avevo potuto far altro che essere felice anche io. L’aveva ammirata in silenzio e poi guardandomi mi aveva detto «il nostro rifugio lontano dal mondo, solo io e te». Mi ero sentito così vivo e in pace con il mondo, libero dal pregiudizio di essere considerato un uomo sentimentale senza nerbo che, senza rifletterci, avevo sussurrato «ti amo Sarah». Prima che potessi sentirmi ridicolo per averlo pronunciato ad alta voce, mi ero ritrovato stretto tra le sue braccia con la sua bocca che posava baci all’altezza del mio cuore. Inutile dire che da quel giorno avevo iniziato, un poco alla
volta, a sciogliermi sotto i colpi dei suoi dolci sorrisi e a pronunciare senza più imbarazzo parole d’amore. Avevo comprato a sua insaputa da un pastore la piccola casetta, l’avevo sistema e le avevo consegnato le chiavi il giorno di Natale. Sorrido felice al ricordo anche se si trasforma in una smorfia quando, tornando al presento, vedo solo braci. Ora ricordo perché è bruciata. Stavo cercando di sistemare la stanza per ricreare un’atmosfera romantica per farle una sorpresa. Volevo chiederle di sposarmi. Avevo preparato tutto nei minimi dettagli. Le candele sul tavolo, i fiori nel vaso e l’anello nella tasca della mia giacca. Stavo per andarmene soddisfatto quando avevo ricordato il libro che aveva creato con tanto amore per me e che arricchiva spesso con momenti della nostra vita insieme. D’impulso avevo deciso sarebbe stato bello farglielo trovare sul tavolo in modo vi potesse annotare anche quel momento. Si trovava sull’ultimo ripiano della libreria, senza perdere tempo a cercare la scala, avevo preso una sedia e ci ero salito sopra. Proprio mentre afferravo il libro la sedia aveva ceduto sotto il mio peso ed ero caduto all’indietro facendo rovesciare il tavolo. La candela doveva essere finita sulla tenda e mentre io avevo perso i sensi per il colpo in testa questa aveva bruciato il mio scenario romantico. Ora che finalmente ho svelato il mistero, non mi resta altro da fare che ritornare da Sarah. Chissà quanto sarà preoccupata. Ripongo il cofanetto nella tasca della giacca e mentre sto per recuperare il libro da terra, sento il latrato di alcuni cani e delle voci concitate. Alzo lo sguardo e in quel momento vedo Sarah correre trafelata dietro ai cani seguita da alcuni uomini. Nel momento in cui si accorge di me, si blocca portandosi le mani alla bocca scioccata. Il mio cuore prende a pulsare veloce. Ci fissiamo per un attimo interminabile senza dire nulla, come sospesi nel tempo. Poi apro le braccia e lei mi raggiunge piangendo tuffandosi nel mio abbraccio. «Adam!» esclama tra i singhiozzi. La stringo più forte che posso tempestandole la testa e il viso di baci. Si scosta un poco da me prendendomi il viso tra le mani come fossi la cosa più preziosa per lei ed io, in questo momento, mi sento proprio così. «Ho avuto così paura, ho chiamato chiunque e poi sono venuta qui con le guardie forestali…che cosa è successo?». In breve le racconto l’accaduto. «Sono riuscito però a salvare due cose molto importanti. Il libro che mi hai donato e questo». Estraggo dalla giacca la scatolina di velluto e gliela porgo. Lei mi fissa con gli occhi ancora lucidi. La apre e mi guarda stupita ed emozionata. Mi inginocchio e le apro il mio cuore «Ti amo Sarah più di quanto riuscirò mai a dirti e dimostrarti e vorrei poter passare la mia vita con te…vuoi sposarmi?» «oh Adam…ti amo da morire…si! si! lo voglio!». Le infilo l’anello all’anulare e la stringo forte per imprimere quel momento nel cuore e non dimenticarlo mai.

 

Recensione:

La scrittura e lo stile dell’autrice si presentano semplici e di facile lettura. Non vi sono molti intoppi, se non qualche refuso qua e là. Tuttavia, non è nulla di trascendentale: nella totalità del testo si evince chiaramente che gli errori non sono dovuti ad una mancanza di conoscenza, anzi. Riportiamo giusto un paio di esempi: “…in un punto non ben definito difronte a me…” – “non ce né nemmeno l’ombra.”

Tralasciando questi piccoli errori, la grammatica e la sintassi sono pressoché corrette. Il lessico è abbastanza variegato e vi è un buon uso di sinonimi.

La trama è incentrata molto su quello che è facile definire come un viaggio tra i ricordi e i pensieri del protagonista principale che, man mano, ricostruisce la memoria fino a giungere alla totale consapevolezza della realtà, ritrovando la sua amata.
L’idea dei “flashback” che intrecciavano il passato e il presente ci è piaciuta.

Nella parte centrale del racconto vi è una buona descrizione introspettiva. Tuttavia, abbiamo riscontrato un po’ di difficoltà nel sentirci totalmente trascinate nella psiche del protagonista e nei suoi tormenti.
Partendo dal presupposto che sotto questi aspetti entra in gioco una componente di sicuro personale e soggettiva, quello che ci viene da dire è che abbiamo “visto” quello che lui viveva, ma non lo abbiamo sentito sulla pelle, non è stato facile entrare nei suoi panni. Le descrizioni ci sono, ci vengono presentati molti ricordi, ma ci è mancato l’input capace di farci empatizzare con lui. Comunque, ribadiamo che questo è un commento personale e come tale va interpretato.

Per sintetizzare, il racconto è buono e, probabilmente, se venisse arricchita ancor di più la compagine emotiva, acquisirebbe quegli elementi capaci di renderlo un ottimo lavoro.

 In conclusione, ringraziamo l’autrice per aver partecipato e rimaniamo a disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento.

Lo staff

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