Di nuovo Natale: recensione del racconto di Anita Sessa

Racconto Di nuovo Natale della scrittrice Anita Sessa

«Sei sicura che non ti dispiaccia chiudere?»
Sollevo lo sguardo su Paula, in equilibrio precario sulla scaletta. La libreria è prevedibilmente affollata questo pomeriggio. In giro ci sono i soliti ritardatari, in cerca del libro perfetto da incartare e posizionare sotto l’albero per fratelli, sorelle, amici e fidanzati vari.
«Paula, per la duecentesima volta, non mi dispiace chiudere questa sera» replico esasperata, scuotendo la testa.
«E sei sempre sicura di non volerti unire a noi per cena?» mi incalza.
Questa volta le lancio solo un’occhiata eloquente e lei alza le mani in aria, deliziandomi con una smorfia rassegnata. La stessa smorfia che mi rifila un’ora più tardi, quando va via e mi lascia in balia di un’orda di clienti. Incartare i pacchetti è diventato il mio super potere e va a finire che a mezz’ora dalla chiusura la libreria è tornata alla sua solita calma. Resta solo un gruppo di ragazzine, interessate più a spettegolare che a comprare effettivamente qualcosa.
Fuori la neve imbianca il Royal Mile, rendendo Edimburgo semplicemente magica. Osservo la pacatezza e l’eleganza antica di questa città che mi ha accolto quasi tre anni fa e mi sembra di farne parte da sempre. Quando ho chiuso con la mia vita a Cotswold credevo di non riuscire più ad avere un futuro che meritasse questo nome. E invece eccomi qui, la Vigilia di Natale, a lavorare in una biblioteca nella città più bella del mondo.
Il suono del campanello sulla porta attira la mia attenzione. L’uscio si apre con forza e…wow. Un paio di occhi chiari e limpidi mi distraggono da tutto il resto. Per un attimo il mondo intero sparisce di fronte a quell’azzurro cielo.
«Sono in ritardo? State…state per chiudere?» domanda il proprietario dello sguardo magnetico.
Mi riprendo dallo shock, chiudendo la bocca spalancata, e scuoto in fretta la testa sbattendo le palpebre per mettere a fuoco chi ho di fronte. È alto, infagottato in un cappotto scuro. Ed è bello, davvero bello. Lo guardo muoversi con sicurezza tra gli scaffali, come se sapesse esattamente cosa cercare. Una qualità rara per un frequentatore di librerie. Gli bastano pochi minuti, sotto il mio sguardo fintamente non interessato, per trovare quello che cerca. Poi si avvicina a grandi passi alla cassa, porgendomi una copia di The Tiger who came to tea. Mi sorride e perdo la bussola di nuovo.
‘Concentrati, Rain. Focalizza l’attenzione su quello che sta dicendo e non solo sulla sua bocca’.
«…e quindi ho pensato di andare sul sicuro» sento dire al bellissimo sconosciuto.
Sorrido comprensiva, come se avessi davvero afferrato qualcosa di ciò che ha detto, e faccio un pacchetto veloce, annodando il nastro color argento con la perizia tipica di una commessa esperta. Glielo porgo con un sorriso, prendendo in cambio le banconote che mi allunga sul tavolo e poi lo sento augurarmi buon Natale prima di sparire nella neve alla stessa velocità di quando è arrivato.
Sospiro, guardando l’orologio che segna quasi le 19.00. Anche le ragazzine sono andate via e inizio a spegnere le luci, domandandomi distrattamente come quell’affascinante sconosciuto passerà la Vigilia di Natale. Forse in famiglia, forse con la sua ragazza. Ha preso un libro per bambini, forse è sposato. Alla fine, poco importa. Probabilmente non lo rivedrò mai più in tutta la mia vita.
Il flusso dei miei pensieri è interrotto da Michael Bublè che mi avverte che qualcuno sta cercando di mettersi in contatto con me. So chi è, non ho neppure bisogno di guardare lo schermo del cellulare. Lo lascio suonare, mettendo il lucchetto alla porta e stringendomi di più nel cappotto. Non ho voglia di parlare con mia madre ora. La chiamerò domani magari. O dopo Santo Stefano. Forse dopo Capodanno, anzi magari attenderò il 7 gennaio, così almeno avrò evitato di sentirmi chiedere ancora una volta di tornare a casa per le feste. Come se stare seduta allo stesso tavolo con mia sorella, con intorno stupide lucine natalizie, pungitopo e addobbi vari, possa farmi dimenticare quello che mi ha fatto.
Il dolore torna ad annidarsi in un punto imprecisato del mio stomaco. Non lo stesso delle altre volte. Non lo è mai. E fa decisamente male ripensare a tutto e sapere che in un giorno così bello, un giorno che prima adoravo, io non riesca a tollerare la presenza di nessuno oltre me stessa.
Natale. Era così speciale da bambina, con la casa riempita di regali, dolci, luci e il meraviglioso albero della famiglia Reed. Gli amici a Cotswold, i miei genitori, mia sorella Darcy. E Thomas. Thomas che è stato tutto per me in questi anni. Che ho imparato ad amare, con cui ho condiviso tutto. Thomas che era il centro del mio mondo, che ogni Natale aveva in serbo qualcosa di speciale per me. Amavo il Natale, lo attendevo di dicembre in dicembre come la manna dal cielo. Poi è finito tutto, Thomas ha scelto Darcy a tre settimane dal nostro matrimonio e io sono caduta in un baratro oscuro dal quale è stato difficile riemergere.
La neve inizia a cadere più lentamente e sollevo lo sguardo verso il cielo plumbeo. L’aria gelida mi penetra nei polmoni, calmandomi. Sono sola per il terzo anno di fila. Ricordo di aver passato il mio primo “nuovo Natale” sotterrata sotto un piumone nella camera in affitto che avevo trovato appena qualche settimana prima, quando ero fuggita in fretta da casa mia, dal mio vecchio lavoro, dalla mia famiglia. Da un tradimento, anzi due.
Ho temuto il Natale fino all’anno successivo, quando mi sono ritrovata a casa di Paula. Ero l’unica ad avere il cuore in pena in un momento di pura gioia. L’unica a suscitare pietà in chiunque posasse lo sguardo su di me, persino nei bambini. La ragazza sola a Natale. Una novella Bridget Jones con meno di un quarto della sua ironia, il doppio delle sue seghe mentali e senza nessun Mark Darcy all’orizzonte.
Per questo motivo ho deciso di passare il mio terzo Natale facendomi guidare dall’istinto. Nessuna cena imposta, nessuna chiamata forzata alla mia famiglia. Sola, a camminare nella neve soffice di Edimburgo.
Ho ancora paura di tornare a casa, se devo essere sincera. Perché una volta lì sarà più facile sentire la mancanza di tutto quello che ho perso. Gli occhi potrebbero riempirsi ancora di lacrime, il cuore potrebbe decidere di fare male anche stasera perché non ha nessuno per cui battere sul serio. Ma qui fuori…qui fuori è semplicemente stupendo. Sembra quasi di stare in un limbo tutto mio, una nuova dimensione nella quale essere sola a Natale non è l’ottavo peccato capitale. Non importa a nessuno. Tutti gli sguardi sconosciuti che incrociano il mio non stanno provando compassione, non mi giudicano, non mi vedono nemmeno probabilmente.
Sono la ragazza invisibile che cammina nella neve senza fare rumore, senza dare fastidio, senza pretendere nulla. La ragazza invisibile che ha imparato ad accettare la sua solitudine come un dono e non come una maledizione. Che ha imparato a credere in sé stessa, nonostante le ferite che ancora sanguinano. Alcune più di altre.
Mi sento un po’ Scrooge, a corto di fantasmi ma con i miei tre Natali rivelatori. Dopo un passato doloroso e un presente di consapevolezza, ecco giungere l’accettazione. Di me stessa, della mia nuova vita, della possibilità di avere un futuro da scrivere come meglio mi aggrada.
Prima d’incamminarmi verso casa mi fermo in un minimarket sul Royal Mile e faccio una cosa che non facevo esattamente da quattro anni. Compro un albero di Natale. Piccolo, già addobbato e con le lucine colorate. Chiedo al commesso d’impacchettarlo e attendo con pazienza che lui si districhi tra carta e nastri. Il pensiero ritorna per un attimo a quello sconosciuto entrato in libreria. A come mi hanno fatta sentire i suoi occhi. E sorrido, perché dopo tutto questo tempo ho scoperto che il mio corpo non è fatto di arida argilla. Prova ancora qualcosa, fosse anche solo attrazione per uno sconosciuto. E che Thomas è davvero finalmente acqua passata.
Prendo il pacchetto dal bancone e auguro Buon Natale al commesso prima di uscire e incamminarmi. La folla inizia a scemare, la neve non cade quasi più. Intorno a me l’aria è tranquilla e calma, come la mia anima. Mi stringo al petto la scatola, il mio regalo per me stessa.
Domani, finalmente, è Natale.

 

Recensione dello staff:

Nel concludere questo piacevole racconto, ci è venuta in mente un’unica parola capace di descriverlo al meglio: resilienza. È un bellissimo termine che, come dicevamo, abbiamo ritrovato più volte tra le righe di questa buonissima esposizione.
Ci è piaciuto molto il significato che vi è alle spalle della trama; l’interiorità della protagonista è ben sviscerata, nonostante questo fosse uno scritto con imposto un limite massimo di parole. È molto apprezzabile la sua capacità di rimettersi in sesto, anche se è sola, ritrovando in questa condizione – la solitudine – la forza capace di farla rinascere, in qualche modo. Quel sorriso e quella voglia di vivere, a discapito anche delle avversità e dei tradimenti subiti dalla vita e dalle persone a cui teneva, è il regalo più bello che potesse fare a se stessa.
Poche parole per descrivere la parte tecnica del testo, in quanto abbiamo gradito lo stile dell’autrice e il lessico scelto; la grammatica è ottima e la punteggiatura totalmente corretta.
Concludiamo nel fare i nostri più sentiti complimenti per questa scelta narrativa e per la capacità espositiva dimostrata.
Buona scrittura!

Precedente Un mese di luce: recensione racconto di Sylvia McPook Successivo Recensioni: il primo capitolo del tuo libro invoglia i lettori a proseguire?

Lascia un commento

*