Racconto di Maria Rosa Ruggiero: concorso di scrittura creativa

Concorso di scrittura creativa: racconto di Maria Rosa Ruggiero

Qui di seguito potrete leggere il racconto ideato dalla scrittrice Maria Rosa Ruggiero, partecipante al concorso di scrittura creativa indetto da noi.

Il racconto è stato riportato così come ci è stato inviato, senza alcuna variazione.

Al termine dell’articolo, subito dopo il racconto, vi è la recensione dello staff.

 

Incipit fornito dallo staff: 

“Tic. Tic. Tic.”
Sembrerebbero goccioline d’acqua. Piove. Un’amara meraviglia pervade e mi accende l’animo. Mi chiedo come faccio a riconoscere questo rumore, persino a dargli un nome. Un momento, mi serve un momento per pensare. Una goccia tiepida mi cade sulla fronte; non riesco ad aprire gli occhi, le mie palpebre sembrano incollate. Sento il mio corpo: c’è, ma non riesco a muovermi. Sono come paralizzato.
Non recepisco alcun dolore, non è quella la sensazione che ho in circolo. Tento di far spazio nella mia mente, alla ricerca di ricordi. È tutto così buio.

Provo a muovere la bocca, con rabbia ascolto quelli che sembrano essere solo suoni confusi e privi di significato. La mia capacità di parlare non è al passo con i miei pensieri. Un’altra goccia mi cade sul viso, d’istinto mi sforzo di aprire gli occhi.
“Aaaaah!” Emetto un rantolo di dolore, ho commesso uno sbaglio. Aprire le palpebre in quel modo è stato come permettere a fiamme ardenti di penetrare nel mio sguardo. Il dolore sembra aver risvegliato i miei muscoli, così le mie mani raggiungono il mio viso e lo stropicciano tastandone la consistenza: tento di riportarmi alla realtà. Cerco di abituarmi pian piano al fascio di luce che entra dalla finestra. Mi guardo intorno, non capisco dove sono.
Inspiro. Un fetido odore mi invade i polmoni. Ho caldo. Troppo caldo, il sudore mi cola dalla fronte come una cascata. Guardo fuori, il sole sembra sfociare in un pallido tramonto. Solo quando la parete alla mia destra comincia a prendere fuoco, mi accorgo che quel posto sta bruciando.
Sento un peso sul petto, fatico a respirare. Ma non è unicamente colpa dell’ossigeno che comincia a mancare, ho qualcosa sul torace. È un oggetto rettangolare, morbido, rivestito di pelle. Un libro, un diario, qualcosa del genere. Raccolgo ogni briciolo di forza che sento di avere e provo ad alzarmi. Mi trascino verso la porta, procedo a tentoni per trovare una via d’uscita. La mia vista è ancora annebbiata.
Sbatto contro le pareti roventi, tengo stretto quel libro per non perderlo e tento di trovare una via d’uscita. Non riesco più a reggermi in piedi, respiro a fatica, parte del mio corpo sembra non rispondere ai miei comandi. Mi butto sull’ultima porta che si apre mostrandomi un nuovo mondo. Sento i raggi del sole sfiorare la mia pelle. Accarezzo le cuciture di quel libro che custodisco preziosamente, tenendolo stretto. Inspiro un’ultima boccata d’aria fresca prima di chiudere gli occhi e riposare, anche solo per un istante.

 Racconto scritto dall’autrice Maria Rosa Ruggiero: UN ATTIMO, UNA VITA.

Rimango qui, sul terrazzino, non so per quanto tempo. La testa, ora mi pulsa di un dolore sordo, forse per lo sforzo. Sento il forte calore e il rombo del fuoco che mi sono appena lasciato alle spalle e che fra poco mi raggiungerà… so che devo andar via se voglio sfuggire a questa catastrofe, ma sono come bloccato, impotente a muovermi, stanco, come se avessi mille anni. Un anelito di vita , di voglia e necessità di sopravvivere mi dà la spinta per lanciarmi giù per le scale, quasi strisciando, fino a raggiungere terra e mi spingo carponi con tutta la forza che mi rimane verso il muricciolo di sassi, che delimita il prato. Sono lontano da quell’inferno di fuoco e rumori, lontano dalla morte verso la vita. Mi sembra di aver vissuto un sogno e solo il dolore fisico mi dice il contrario. Ma, sono vivo non è ancora giunta la mia ora e, soprattutto, ce l’ho fatta, ne è valsa la pena rischiare… mi fermo un attimo in  quel  turbinare di pensieri… rischiare per cosa? Improvvisamente, e solo ora, mi ricordo del libro e mi guardo sgomento le mani vuote. Dovrebbe essere qui, ma non ce n’è traccia. Dov’è? Devo averlo perso mentre mi spostavo e mi do dell’idiota: come avrò  fatto a perdere un oggetto così prezioso? Prendo una decisione coraggiosa e ripercorro a ritroso, non so con quale forza, il prato e cerco di risalire le scale, ma è impossibile perché le fiamme fuoriescono minacciose dal varco che mi ha permesso la fuga e hanno invaso il terrazzino.” Sono un uomo finito!” penso e rimango come sospeso tra terra e fuoco, senza la capacità di formulare altri pensieri e chiedendomi che posto sia questo, guardandomi intorno in  cerca di indizi , immagini, particolari che possano risvegliare i miei ricordi sopiti e darmi qualche indicazione a riguardo, ma è come se  vi fosse una barriera insormontabile, un muro che me lo impedisce. Colto da un improvviso senso di angoscia, mi abbandono inerme, aspettando che si compia il mio destino : sento che quel libro è fondamentale per la mia stessa vita e senza di esso tutto è perduto. Perduto cosa? Mentre sono in questo stato d’animo, qualcosa coglie la mia attenzione a poca distanza da me, metto a fuoco l’immagine e  il mio  cuore sussulta: è il libro! Luccica  al riverbero delle fiamme, tra l’erba. “ Eccolo!” penso “ l’ho ritrovato… o lui ha ritrovato me?”  con uno slancio felino, raggiungo il libro e lo stringo tra le mani, poi velocemente mi allontano, mentre l’ultimo raggio di sole fa capolino tra le nuvole e il fumo, che appesta l’ aria col suo  odore acre. Sono salvo. Adesso lo sono davvero. Il cuore mi batte ancora forte, per l’adrenalina che ho in circolo e per lo sforzo compiuto, la gola mi brucia e reclama acqua, ho un senso di nausea, ma non ha importanza … sento tutta  la tensione sciogliersi e, piano piano, come in un puzzle, si cominciano  a ricomporre le parti di me in cui mi ero frantumato. Adesso, la scena che mi si para davanti comincia ad avere un senso. Scorgo la casa in fiamme e sento, oltre a quello del fuoco, altri rumori:  voci,  motori e  scrosci d’acqua e mi accorgo che ciò che avevo scambiato per pioggia, in realtà era l’idrante dei vigili del fuoco, che erano giunti per limitare l’avanzata delle fiamme. Intorno alla casa è tutto un luccichio di scintille, che si disperdono nell’aria, alla luce del crepuscolo e hanno un effetto ipnotico, come quando, da bambini, ci si trova davanti al caminetto, al calduccio. Solo che qui  il  fenomeno è un tantino più esteso e inquietante. Sposto la mia attenzione al libro che stringo al petto e lo osservo con attenzione:  la copertina è rigida e rugosa, di pelle e di colore verde, nessun titolo su di essa, solo un disegno a forma di fregio color oro. Mi ricorda qualcosa di familiare, ma non mi sento ancora lucido. Rimane un’altra cosa da fare: aprirlo, ma non so perché sono un tantino riluttante e timoroso, quasi a trovarvi qualcosa di spiacevole. Se questo libro è tanto prezioso per me, devo scoprire il perché e devo decidermi ad aprirlo presto, altrimenti calerà il buio. Decido … lo apro. È un manoscritto, un diario… focalizzo la scrittura e la calligrafia che scorgo mi porta una morsa al cuore, un battito gli manca, e ho la sensazione di sprofondare e riportare a galla il mio  mondo, che finora era come sommerso nell’oblio. Il muro è crollato, la realtà ritorna in tutta la sua crudezza e drammaticità e non so se sarebbe stato meglio morire nelle fiamme o trovarmi in tutto questo dolore, fisico e interiore. E ora riconosco la casa… la nostra casa in collina, in cui abbiamo trascorso momenti felici, indimenticabili di un amore fresco, giovane, destinato ad andare oltre i confini del tempo. Il nostro amore, che, invece ho trascurato ed è divenuto sempre più stanco, sempre più lontano. Immerso nei miei pensieri, sento un tocco deciso su una spalla: un vigile del fuoco mi ha raggiunto. “ Buonasera, come si sente?” “ Abbastanza bene” rispondo “ sono solo un po’ dolorante”. “Ha vertigini,  senso di sbandamento..?” “ No, non si preoccupi. “  Mi  aiuta ad alzarmi e mi  conduce con sé verso la strada, dove vengo soccorso e dissetato. Poi, dopo aver svolto le formalità di rito, in quanto proprietario dello stabile, dico di sentirmi meglio e raggiungo la mia auto parcheggiata sulla strada. Non racconto che quando sono giunto in vista della casa, già le fiamme si stavano propagando dal boschetto di faggi ed erano vicine, troppo vicine ad essa. Il buon senso mi diceva di desistere e di trovare altre soluzioni: non era il caso di rischiare, in quanto avrebbe potuto essere pericoloso. Ma ho trovato il  coraggio e la giusta dose di incoscienza,  per entrare dall’ingresso sul retro, meno minacciato  dal fronte del fuoco. Una volta entrato, mi sono accorto che le fiamme avevano attaccato le pareti e cominciavano a prendere forza penetrando con sempre maggior energia nell’ingresso, così ho fatto più in fretta che potevo per raggiungere il soggiorno e cercare il suo diario. Ho dovuto trafficare un po’, ma alla fine l’ho trovato. Intanto le stanze si riempivano di fumo e gli occhi mi lacrimavano, ho cercato di raggiungere di nuovo l’uscita secondaria, ma ormai le forze mi venivano meno e mi sono sentito mancare l’aria nei polmoni, pieni di fumo. Devo aver perso i  sensi lì, nel corridoio, fino all’intervento dei  vigili del fuoco, quando l’aria è divenuta un tantino più respirabile.  Tutto questo lo terrò per me. È ormai quasi buio quando                       parto per raggiungere casa, lasciandomi dietro tutta quella desolazione. La serata è tranquilla, i rumori cittadini sono sopiti,  solo ogni tanto un’auto solitaria percorre la strada quasi deserta, con lentezza, quasi a rispecchiare il ritmo più lento di fine giornata. Seduto sul piccolo balcone di casa osservo il cielo , cosparso da miriadi di stelle, che il bagliore dei lampioni non riesce a nascondere. Immerso nei miei pensieri,  rigiro tra le mani il diario di Emma, mia moglie, pieno delle sue idee vulcaniche e dei suoi versi.  Mi sento indegno di custodire questo tesoro, questi scritti che parlano di me, di noi, versi dedicati al nostro amore e sento  le lacrime, che  scendono lungo il mio  viso e  risvegliano tutto il mio  dolore. Lei mi manca.

Lei non è qui! Il pensiero mi fa male. Lei è altrove, chissà dove…  e l’angoscia ritorna. E insieme tornano i ricordi, vividi come se li stessi rivivendo. Siamo stati felici per un periodo, tre anni di amore, di coccole, di vita insieme, di cose condivise… poi qualcosa si è perso, anzi, io ho perso. Ero troppo occupato col mio lavoro e rincasavo tardi, trovando Emma, spesso, già addormentata. Quando riusciva ad aspettarmi sveglia, non mi diceva nulla, ma percepivo il suo disappunto dalla sua fronte corrucciata. Siamo andati avanti così non so per quanto tempo, poi siamo andati alla deriva… quest’ultimo anno vorrei cancellarlo  e riscriverlo più bello che mai , ma non è possibile. Non possiamo manipolare il tempo, ma sono convinto che si può rimediare. Non  si può cancellare il passato, ma si può migliorare il presente per un futuro migliore.

L’ultima volta che l’ ho vista felice è ormai solo un ricordo. L’ultima volta in cui siamo stati insieme abbiamo litigato, l’ho offesa  e lei è fuggita via in auto. L’ ho lasciata andare, senza fermarla pervaso da quel maledetto orgoglio che rende insensibili , senza parlare, quasi più leggero senza di lei. Tornerà, mi sono detto e capirà che è lei a sbagliare. Poi, l’inaspettato… una telefonata nella sera, al posto del suo ritorno. Il buio e la disperazione alla notizia: “  Buonasera! Carabinieri. Sua moglie ha avuto un incidente stradale ed è ricoverata al reparto rianimazione”. La dinamica dell’incidente non è ancora ben chiara, ma sicuramente mia moglie deve aver perso il controllo dell’auto, finendo contro un muretto. L’auto  distrutta, lei  incosciente, ma viva. Non è facile per me ricordare… sono momenti dolorosi  che nessuno vorrebbe vivere.  Avevo sentito già storie del genere, ma, solo ora che  sto vivendo la mia, comprendo tutto il peso che trascinano addosso a chi le subisce. E questo peso è assurdo, non quantificabile a parole.  Da allora non sono più io, non vivo… sono come in bilico su una fune.  Aspetto solo che tutto questo finisca per il meglio.  Oggi,  mi sono sentito di nuovo vivo, quando ho affrontato l’ ignoto in quell’inferno di fuoco. L’ho fatto per lei, per noi, ammesso che funzioni. Ma, deve funzionare! I medici sono vaghi, dicono che tutto è possibile e che potrebbe svegliarsi da un momento all’altro, come rimanere in questo stato di letargia per molto tempo. Io non voglio perdere la speranza e per me è importante poterle parlare e spiegare che sono ora un uomo diverso, ma non so quando questa opportunità arriverà, se arriverà.

Alba, la sorella di Emma si offre di darmi il cambio, “ Così vai un po’ a riposare…” dice, ma gentilmente rifiuto:  non voglio andare  da qualche altra parte, voglio stare qui , nel posto in cui c’è tutta la mia vita. E fare il possibile per riprendermela.

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A distanza di tre mesi da quel terribile giorno, vederti ancora  in questo letto di ospedale, senza alcuna reazione, mi rende angosciato e, ogni volta che vengo da te, si rianima la speranza che il miracolo possa accadere. Poi mi hanno spiegato che, è già accaduto in altri casi simili, forse sentendo parlare una persona cara, o  ascoltando una musica familiare, o un profumo o un qualsiasi particolare che potesse attirare la tua attenzione , sarebbe stato possibile tirarti fuori da quel bozzolo in  cui sei rinchiusa. Anche perché i medici hanno appurato che hai tutte le funzioni vitali perfette e non  vedono perché ancora sei in questo stato. Così, mi  sono deciso  a tentare , probabilmente, l’ultima carta, quella del tuo  diario, delle tue poesie, dei tuoi scritti e del nostro amore. Chissà che non ti venga in mente di svegliarti… chissà cosa dirai  , quale sarà la tua reazione. Forse sarai indifferente, non ti ricorderai chi sono, e guarderai oltre quasi fossi trasparente, oppure sarai piena di ribrezzo alla mia vista e ti ricorderai i momenti bui. Non posso esserne certo , ma voglio correre il rischio, se solo ti svegliassi mi basterebbe saperti viva e sana, anche se poi dovrò andare via, anche se non mi vorrai.

Sono al tuo fianco nella stanza numero 305 e leggo, senza stancarmi, il tuo diario, la mia speranza per salvarti. . È ormai una settimana che ti parlo, ho iniziato anche a scrivere qualcosa di mio, sono versi che affiorano spontanei e leggo con tutto l’amore che ho, ma tu continui  a dormire.  Ti osservo, muta come sempre e immobile, e vorrei scrollarti, urlare: “ Svegliati”, ma l’unica cosa che riesco a fare è tenerti teneramente la mano, mentre leggo. Tu non  dai un segno… non un cenno, non un  fremito.. eppure sono certo che lì  dove sei, in  qualche parte del tuo cuore, qualcosa palpita alle mie parole.  Poi, un dubbio mi  assale:  forse è proprio  la mia presenza che ti blocca, forse farei meglio a non interferire, forse la mia voce ti  infastidisce, forse non vuoi più sentirmi… un freddo glaciale mi pervade a questa rivelazione e mi fa pensare che forse farei meglio a lasciarti libera, a non  opprimerti più imponendoti la mia presenza. Sono stanco, tanto stanco di lottare e, probabilmente per me è tempo di andare. Con immensa fatica pronuncio quello che sento nel mio cuore: “ Emma, ancora una volta ti voglio chiamare amore, poi andrò e  ti lascerò  libera.  Forse, se me ne vado, ti sentirai più sicura e ti sveglierai. Sono disposto a fare di tutto, anche a uscire dalla tua vita pur di aiutarti a guarire. Ho  trovato il coraggio  di parlarti, di dirti quello che provo, e sono certo che tu mi ascolti, anche se non mi rispondi. Sono convinto che andare sia la cosa più giusta , per il tuo bene, anche se soffro e vorrei che adesso, in questo preciso istante tu potessi aprire gli occhi e chiedermi di  restare.” Ho un groppo alla gola e i miei occhi bruciano dalla commozione.  Faccio per alzarmi, ma non mi riesce di  lasciarti la mano … non voglio rompere questo sottile legame  che ci tiene uniti. Poi, mi faccio forza e prendo il coraggio. “ Addio, amore. Buona fortuna!” Poggio il tuo libro sull’anonimo comodino di metallo  e colmo in un attimo la distanza fino alla porta senza voltarmi. Se lo facessi, mi mancherebbe il coraggio. Poggio la mano sulla maniglia e  apro… Un muro crolla dentro di me, l’ultimo pilastro che mi dava stabilità e d’improvviso mi sento solo, vuoto e senza una ragione di vita.

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L’estate si avvia alla fine e io, fermo, osservo quello che rimane della casa di montagna: un  rudere, che ancora  resiste e si erge nel cielo azzurro senza nuvole. Fa ancora caldo e la quiete è disturbata solo da folate intermittenti di un leggero venticello, che, insinuandosi tra le crepe nei muri,  alza nell’aria nuvolette di polvere grigia. Sono qui, dopo un mese da quel tragico rogo e sono un uomo nuovo, soprattutto felice. “ Non posso credere che tu abbia affrontato quell’inferno per salvare la mia vita” commenta Emma al mio fianco. Eh sì, alla fine è successo davvero, anche se a me sembra ancora un  sogno. La guardo ancora incredulo e non riesco a rispondere. Sta bene e ha recuperato in fretta. Rifletto sugli avvenimenti dell’ultima settimana e sono sicuro che è un miracolo se siamo qui insieme, mano  nella mano, e innamorati più che mai. E mi chiedo ancora come mai il mio discorso di addio abbia procurato tutto questo. Emma mi ha raccontato che sentiva tutto, ma è come se fosse indifferente; però, man mano che le leggevo il suo diario, qualcosa iniziava a farsi largo nella sua mente assopita e giorno dopo giorno, un’altra tessera del puzzle andava al posto giusto fino a ricomporre tutto il quadro. Il mio discorso di addio le ha dato, poi, la spinta per riemergere da quel baratro in cui era sprofondata. In effetti, quando ho aperto la porta della stanza in ospedale, con l’intenzione di uscire per sempre dalla vita di Emma, ho sentito un sussurro dietro di me e mi sono bloccato tra gli stipiti, incapace di fare alcun movimento. Ero come congelato e, ancora adesso, se ci penso, sento il brivido che ha percorso il mio corpo. No! Non me l’ero sognato, stavolta,  non era la mia immaginazione che rispondeva al mio desiderio che accadesse, ma stava accadendo davvero: quel sussurro era la voce di mia moglie che diceva: “ Andrea, non andare!”. E la vita è ripresa in me. Un attimo, a volte, basta un attimo per salvare una vita. Quando le circostanze lavorano contro di noi, quello che ci tiene in vita è la speranza ed è il motore che ci spinge ad agire come non pensiamo di agire, oltre quello che possiamo immaginare. Io l’ho fatto!  Guardo la collinetta a fianco alla casa, qualcosa è cambiato da quella volta e il fuoco è solo un lontano ricordo… sul nero della cenere spuntano ciuffi sparsi di erba di un colore verde smeraldo, segno che anche qui la vita riprende il sopravvento sulla morte. Verde … il colore della speranza. Mi scrollo da questi pensieri e le rispondo: “ Non potevo fare altrimenti ed è stata la mia salvezza. Sono un uomo fortunato: ho ritrovato te.” Le sorrido e la prendo tra le braccia, lei mi guarda con intensità e mi bacia con passione.  E l’universo intero si ferma a guardare.

Recensione:

Il racconto si presenta diviso in vari paragrafi che, di volta in volta, delimitano un salto temporale. Tale decisione è evidentemente salvifica considerato il limite di parole imposto: aiutandosi in questo modo, l’autrice riesce a mostrarci più vicende e snodi narrativi.

La narrazione scorre con fluidità, non vi sono elementi che recano disturbo alla lettura, se non qualche aspetto relativo alla punteggiatura che, di tanto in tanto, poteva essere migliorata (vi sono un paio di virgole tra soggetto e verbo e alcune che potevano essere evitate/spostate, pochi periodi che potevano essere costruiti diversamente o magari anche solo spezzati con un punto fermo).

La grammatica e la sintassi sono buone, nulla da ridire a riguardo.

Lo stile dell’autrice e il lessico utilizzato sono semplici, ma non per questo elementari; non vi sono ridondanze e i vocaboli sono vari, rendono bene l’idea di ciò che è stato descritto e il lettore non fa fatica a immaginare le vicende.

I personaggi sono due, ma il protagonista è quello che ci viene presentato meglio. Ci troviamo di fronte a una narrazione in prima persona singolare, quindi la mente del personaggio è costantemente sotto l’occhio di chi legge. Vi è di sicuro una certa emotività che salta fuori per la maggior parte del racconto, che spazia dalla tensione, alla paura, alla speranza, all’arrendevolezza e, per finire, al sollievo e alla gioia. Va detto, però, che abbiamo fatto un po’ fatica a sentirci totalmente “prese” dai sentimenti del protagonista e che, nonostante tutto, non abbiamo percepito una completa empatia nei suoi confronti. Forse la velocità della narrazione ci ha un po’ fregate sotto questo aspetto, ma in fin dei conti il limite di parole può aver giocato un ruolo fondamentale che, in questo caso, ha fatto perdere al racconto quel qualcosa in più che ci avrebbe di certo aiutato a condividere ogni elemento emotivo con lui e con quello che la scrittrice voleva esprimere. Detto questo, rimane inteso che a questi temi si aggiunge sempre un’opinione che abbraccia la sfera soggettiva di ognuno, quindi non vuole essere un giudizio negativo, quanto più una semplice considerazione personale.

Per concludere, il racconto offre buoni spunti e, magari, potrebbe essere un punto di partenza per la scrittrice, se mai deciderà di approfondire meglio le vicende. Non sarebbe male se tutto ciò che è stato narrato venisse sviscerato ancor meglio, soprattutto dal punto di vista della compagine emotiva, aiuterebbe di sicuro il lettore a calarsi maggiormente nella psicologia del protagonista e, magari, anche nel personaggio di Emma che, purtroppo, non è stato trattato troppo a fondo a causa dei limiti sopracitati.

Complimenti per il lavoro svolto e grazie per la partecipazione!

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