Sfida: i dialoghi più emozionanti presenti nei vostri libri

Benvenuti a una nuova sfida dedicata a voi, scrittori emergenti!

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Questa volta, abbiamo deciso di darvi l’occasione di sfidarvi servendovi dei dialoghi più emozionanti (o che ritenete migliori) presenti nei vostri libri!

Chi può partecipare:

La sfida è aperta a TUTTI. Autori Self, editi da case editrici, che pubblicano su piattaforme online (efp, wattpad ecc…) e così via.

Se avete scritto più di un libro, siete liberi di candidare più dialoghi (uno per ciascun libro).

Come partecipare:

Dovrete commentare SOTTO questo articolo, indicando:

– Link del libro
– Titolo
– Nome autore
– Dialogo

Tempistiche:

Avete tempo per proporvi fino alla mezzanotte di MERCOLEDì 23 AGOSTO.

Attenzione: come specificato sopra, accetteremo solo ed esclusivamente gli autori che commenteranno qui sotto.

Premi ai dialoghi migliori:

Ai vincitori della sfida (ovvero ai dialoghi che abbiamo gradito di più) dedicheremo un articolo speciale in cui, oltre alle informazioni che ci fornirete, inseriremo anche una piccola recensione e/o commento che vi spiegherà le motivazioni che ci hanno portato a compiere tale scelta e a farvi vincere.

L’articolo speciale verrà poi condiviso sui nostri profili social per permettervi una pubblicità a 360°.

Potete utilizzare la nostra pagina facebook per porci qualsiasi quesito. Nel caso ritenessimo opportuno aggiungere qualche informazione a questo articolo, verrete sicuramente informati.

Vi aspettiamo numerosi!

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36 thoughts on “Sfida: i dialoghi più emozionanti presenti nei vostri libri

  1. Link: https://www.amazon.it/dp/B073W2P55Y/ref=cm_sw_r_wa_apa_hrwMzbEQ7K2BY

    Titolo: Trauma
    Autore: Alessandro Petrelli

    Dialogo:
    «Crede che andrò lo stesso in paradiso?» gli chiese Christian.
    «Certo che si. Non hai colpe per ciò che hai fatto. Non eri tu a farlo.»
    Il ragazzo sembrò assorto. «Adoro il suono del pianoforte, lo sa?»
    Andreolli corrugò le sopracciglia e cercò di capire il collegamento del discorso. «Perché me lo dici?» gli chiese.
    Christian scosse la testa. «Lei come se lo immagina il paradiso?»
    «Beh» rispose Andreolli impreparato, «la mia immagine è molto stereotipata. Una distesa di nuvole bianche e tanti angeli. Non ho una grande immaginazioni, forse» soggiunse sorridendo. «Tu invece?».
    «Non si tratta di immaginazione. È difficile immaginarsi il paradiso, ma credo che ci sia almeno un pianoforte. Me lo immagino bianco come le nuvole. I tasti si muovono da soli e la musica raggiunge il cuore di tutti. Con la musica del pianoforte è più facile essere buoni.»
    «Dovrebbe essere così» gli rispose convinto il medico. «Sarebbe fantastico.»

  2. – Link del libro: https://www.amazon.it/Phantom-Scythes-death-Vol-1-ebook/dp/B01NAYUS4G/ref=sr_1_1_twi_kin_2?ie=UTF8&qid=1503302175&sr=8-1&keywords=Phantom+Lida
    – Titolo: Phantom
    – Nome autore: Phantom
    – Dialogo: “Pronto vecchio! Informazioni?”
    “No, come non ne avevo prima, l’hai trovata?”
    L’avevo trovata ma non mi avrebbe più rivolto la parola. “Sì, ma ho fatto una cazzata.”
    “Quando mai non ne hai fatta una, su racconta.”
    Gli raccontai quello che avevo fatto dopo averlo chiamato in ospedale, tutto quello che sentii, a fine racconto, fu un forte schiocco, doveva essersi battuto una mano sulla fronte.
    “Sei irrimediabilmente, estremamente e innegabilmente fottuto. Sei nella merda fino al collo adesso.”
    Non potevo di certo dargli torto. Però aveva avuto la grazia di un elefante nel descrivere la mia situazione.
    “Cosa devo fare adesso?
    “Chiedi perdono e diventa il suo servo devoto.”

  3. LINK:https://www.amazon.it/Didattica-del-sesso-gufi-zanzare-ebook/dp/B01N3LVWSA/ref=sr_1_5?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1503311887&sr=1-5&keywords=quasi+rebecca
    TITOLO: “Didattica del sesso per gufi e zanzare”
    AUTORE: Rebecca Quasi
    DIALOGO:
    – Come va col sesso in generale? – chiese lei arrivando come al solito al nocciolo della questione.
    – Calma piatta. E tu? –
    – Calma piatta –
    – Ma ti manca? –
    – Mi manca mio marito. Devo ricambiare mano –
    Miriam tornò sul lato destro e rioccupò la tasca destra con la mano sinistra. Manrico gliela strinse intrecciando le dita.
    – Sono piuttosto riservato. Il sesso occasionale non mi ha mai interessato, diciamo non dopo i venticinque anni, prima andava benissimo anche quello, è che non ce la faccio ad andare con una donna solo per scaricarmi… –
    – Sei praticamente una donna… –
    – Non sfottermi –
    – Scusa-
    – Mi ricordo bene cosa mi hai detto tempo fa… che mi manca l’intimità. È che non riesco creare intimità. Tengo tutti, ma quello non sarebbe un ostacolo, e tutte a debita distanza –
    – So cosa intendi… lo faccio anche io –
    Era successo che all’improvviso tutte le persone erano diventate entità sbiadite. Come ombre cinesi su uno sfondo che non avevano niente a che fare con la realtà… solo che la realtà era stranamente deserta.
    – Il mio problema Miriam – continuò Manrico – è che l’unica donna con cui ho una relazione umanamente significativa in questo momento, sei tu –
    Quella frase la colpì come una raffica di vento. Il cuore pompò sangue più in fretta, il freddo diminuì rapidamente.
    – Vuoto il sacco del tutto? – continuò lui.
    Lei annuì, non era sicura di voler sentire la propria voce. Ma voleva sentire quella di lui.
    – Diciamo che in linea teorica, se potessi, vorrei venire a letto con te –
    – Andare a letto con qualcuno in linea teorica, Manrico, è un ossimoro –
    – Volevo solo prenderla larga. Togli pure la linea teorica –
    Miriam non rispose, gli strinse però di più la mano nella tasca.
    – Ma non te lo sto chiedendo. È che casualmente tu e la sola persona con cui riesco parlare coincidete. E tengo molto di più alla tizia con cui posso parlare –
    Lei gli accarezzò le dita col pollice. Guardò le stelle. Un refolo di vento le soffiò sul viso.
    Forse passò del tempo. Forse ci fu un lungo silenzio perchè Miriam pensò molte cose prima di parlare, ma forse sembrò così lungo quel silenzio solo perchè lei in pochi istanti superò una distanza che aveva impiegato una vita a costruire.
    – Se te lo chiedessi io, cambierebbe qualcosa? – chiese lei continuando a guardare la notte.
    A quel punto fu il cuore di Manrico a fare le capriole.”

  4. LINK: https://www.amazon.it/Re-Art%C3%B9-Ginevra-Coso-sgualdrina-ebook/dp/B0714PR1DJ/ref=asap_bc?ie=UTF8
    TITOLO: “Re Artù, Ginevra, Coso e la sgualdrina”
    AUTORE: Rebecca Quasi
    DIALOGO:
    Anna taceva e lo guardava con infinita com​pas​sio​ne. Erano stati soli, distanti, arrabbiati e infine indifferenti. Ma era finita. Era fini​ta. – Dimmi quand’è stata la prima volta che hai pre​ga​to – gli chie​se pia​nis​si​mo.
    – Quando ti ho vista per la prima volta. Ho chiesto all’Altissimo di darmi una possibilità… e Lui me ne ha date addirittura due… dev’essere veramente buonissi​mo –
    – Da quan​do cre​di in Dio? –
    – Abbiamo un rapporto non esclusivo… –
    Anna scoppiò a ridere e lo baciò sulle lab​bra.
    – Del resto Lui ha molto da fare e io non voglio essere oppressivo, non può mica oc​cu​par​si solo di me –
    – Ultimamente l’hai tenuto parecchio im​pe​gna​to –
    – Anna, se non vuoi che la mia convalescenza finisca fra cinque minuti, devi spostare la gamba e smetterla di strusciar​ti… –
    Anna si allontanò obbediente senza però smettere guardarlo con quell’aria un po’ malandrina che probabilmente aveva contribuito per un buon ottanta per​cen​to al con​ce​pi​men​to di Chia​ra. Vittorio la guardava finalmente solleva​to, si sen​ti​va as​sol​to.
    – Torna qui… Non sembra, ma un po’ di au​to​con​trol​lo ce l’ho. Tor​na qui! –
    Anna riguadagnò quel poco spazio che ave​va mes​so tra loro.
    – De​ci​di​ti – lo rim​pro​ve​rò spa​zien​ti​ta.
    Poterla guardare indisturbato, perdersi nei suoi occhi, accarezzarla a piacimen​to, era un lus​so che da tem​po non si con​ce​de​va nem​me​no di so​gna​re.
    – Ti basterà un uomo che è completamente idiota sul versante emotivo? – le chie​se.
    – Non ti ho scel​to. Mi sei ca​pi​ta​to –
    – E ti rassegni così al tuo crudele destino? –
    -Temo che tu mi abbia idealizzata, Vittorio, perché quello che mi succede quando facciamo l’amore fa impallidire tut​to il re​sto –
    Lui tossicchiò compiaciuto, era pur sempre Vittorio Castelli: toro ascendente toro.
    – E sei sempre decisa ad aspettare due set​ti​ma​ne…-
    – Scru​po​lo​sa​men​te –
    Smarrito Vittorio si lasciò cadere sui cu​sci​ni e so​spi​rò: – Cosa prevede il programma della giornata? Perché escludendo il sesso in que​sta cel​la non ri​ma​ne mol​to da fare –
    – Fra un po’ ceniamo e poi ci guardiamo un film-
    – Sono tutto eccitato – rispose in tono can​zo​na​to​rio.
    – Lo so che lo sei. Ti vedo anche con quel ri​di​co​lo pan​no sul​le gambe –

  5. Giulia Masini il said:

    Link del libro: https://www.amazon.it/Maybelle-Tentazione-Proibita-Giulia-Masini-ebook/dp/B01GBW5CRG/ref=la_B01ND02ABO_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1503310661&sr=1-1
    Titolo: Maybelle Tentazione Proibita
    Nome autore: Giulia Masini
    Dialogo:
    Sospirando Damon chiuse gli occhi e vide Belle sconvolta e imbarazzata abbracciata a quel cuscino nell’inutile tentativo di coprirsi; la curva sinuosa dei suoi fianchi e le spalle candide sulle quali la notte precedente aveva lasciato scorrere la lingua.
    Riaprì gli occhi immediatamente.
    Che diavolo gli stava prendendo? Lei era Belle, la donna che lo aveva ingannato, che aveva giurato di rovinargli la vita. Si stropicciò il viso, prese il tabacco dal cofanetto posto sotto al tavolino e cominciò a preparare il narghilè. Pochi attimi dopo cominciò ad aspirare il fumo come fosse aria e lo fece con tale foga che la testa cominciò a girargli subito. Ancora una volta si lasciò andare, appoggiò la nuca sul bordo del divano, poi chiuse gli occhi e le immagini di lui e Belle stesi a fare l’amore si affacciarono vivide nella sua mente e si eccitò.
    “Dannazione!”
    Proprio in quel momento Muhan entrò nella stanza e, quando lo vide, lo salutò con un ampio sorriso.
    – Buongiorno, amico mio. Considerando quello in cui sei stato occupato questa notte sei piuttosto mattiniero – gli disse raggiungendolo.
    Anche se Muhan era stato mosso dai più nobili propositi, Damon non era certo che sarebbe riuscito a evitare di prenderlo a cazzotti. Così, quando l’amico gli sedette accanto, rimase perfettamente immobile, ma Muhan era troppo intuitivo per non capire che c’era qualcosa che non andava.
    – Sei in collera con me, Damon?
    – Certo! – esplose lui, non riuscendo più a trattenersi. – Non dovevi fare una cosa del genere!
    – Di cosa stai parlando?
    – Dello scherzetto che ci hai fatto ieri sera!
    – Non voleva essere uno scherzo. Forse questa notte non è stata di tuo gradimento?
    – Sì!
    “Maledizione ma che diavolo sto dicendo?” – Anzi, no!
    – Non sembri molto deciso, forse gradisci che questa sera vi faccia portare un altro po’ di afrodisiaco?
    – No, maledizione. Tu non sai niente di noi!
    – Stai parlando di te e Belle?
    – Tra noi non doveva accadere niente di quello che è avvenuto la scorsa notte.
    – È tua moglie, come puoi anche solo immaginare di non doverti unire a lei?
    – Il nostro matrimonio sarebbe finito non appena rientrati in Inghilterra con Tod. E adesso, grazie a te, saremo costretti a passare tutta la vita insieme!
    Muhan prese il bocchino del narghilè e aspirò. Damon lo fissò in attesa che dicesse qualcosa, ma invece di chiedergli chiarimenti, l’amico rimase in silenzio e solo dopo aver aspirato tre boccate di fumo si decise a parlare.
    – La fai sembrare una cosa orribile, Damon.
    – Perché lo è! Io detesto quella donna con ogni fibra del mio corpo e lo stesso è per lei. – gli disse.
    Muhan fece un piccolo sorriso. – Voi vi odiate dunque?
    Damon ignorò la domanda: alcune volte Muhan era talmente irritante da risultare insopportabile.
    – Il tuo maledetto afrodisiaco non ha perso ancora il suo effetto – disse invece. – Quanto durerà ancora?
    Muhan si lasciò sfuggire una risatina. – Fino a quando lo vorrai fare durare tu.
    “Ora lo uccido!”
    – Cosa intendi dire? – gli chiese esasperato.
    – L’effetto del veleno dello scorpione giallo dura parecchie ore ma alla fine si esaurisce. Sei tu che ne protrai gli effetti, Damon. Il ricordo di quello che c’è stato tra voi e il piacere che hai provato alimentano il desiderio inducendoti a cercare nuovamente l’unione con la persona amata.
    Damon stava perdendo la pazienza. – Forse non hai capito bene, Muhan: io non amo mia moglie e non desidero unirmi nuovamente a lei. Questo vuol dire che il tuo afrodisiaco sta continuando a fare il suo effetto e che quindi tu mi destinerai un’altra stanza in cui passare la notte.
    Muhan gli sorrise enigmatico. – Farò come desideri tu, amico mio, ma ricordati che non puoi sfuggire ai tuoi sentimenti.
    – L’unico sentimento che provo per Belle è il più profondo disprezzo e nessun intruglio afrodisiaco riuscirà a cambiare quello che sento.
    – Bene! – esclamò Muhan, alzandosi. – Farò preparare subito una stanza per te.

  6. Rebecca Quasi il said:

    DIALOGO: – Olivia è preoccupata – disse Tommaso quando fu sicuro che sua nipote dor​mis​se.
    – Per cosa? –
    – Per te. Dice che sei in​sop​por​ta​bi​le –
    Era vero.
    – Cer​che​rò di es​se​re più ca​ri​na… –
    Tom​ma​so tac​que un po’.
    – È vero che la mam​ma e il papà sta​va​no per la​sciar​si pri​ma che io na​sces​si? –
    – Chi te l’ha det​to? –
    – L’ho ca​pi​to da solo –
    – Sì, è vero. Prima che arrivassi tu non era​no mai an​da​ti d’ac​cor​do -Era ridicolo considerato com’erano cam​bia​te le cose.
    – Ho sempre pensato che tu fossi stata molto più fortunata di me perché per sempre avresti avuto loro vent’anni in più –
    A otto anni ra​gio​na​va così. Il fatto che quel mostro di raziocinio avesse i geni di Vittorio non si spiegava in nes​sun modo.
    – Poi però ho cambiato idea, tu hai avu​to tan​to tem​po in più, ma non era​va​te fe​li​ci –
    – Mi hanno sempre voluto bene. Sono sta​ti bra​vi ge​ni​to​ri – li di​fe​se Chia​ra.
    – Credo che dovresti cercare di essere felice, Chiara, non è sbagliato. Ai bambini pia​ce mol​to ave​re i ge​ni​to​ri fe​li​ci –
    Razionale, diplomatico, suo fratello era decisamente un mini-adulto e anche di quel​li riu​sci​ti bene.
    – Lo cre​do, ma…-
    – Do​vre​sti spo​sa​re Elia –
    Di​plo​ma​ti​co for​se no.
    – Sono già sposata… – che risposta ridico​la.
    – Nella mia classe molti genitori dei miei compagni si sono sposati due volte e il primo marito non era neanche morto –
    E se amassi Elia più di Lorenzo? A suo fratello di otto anni, però, non poteva dirlo perché l’avrebbe capito e, ne era certa, sarebbe cresciuto ancora più in fret​ta.
    – È un po’ triste, non trovi? – suggerì Chia​ra.
    – È tri​ste es​se​re in​fe​li​ci –
    Poi finirono di vedere il film e si addor​men​ta​ro​no mano nel​la mano.

  7. Assunta De Blasio il said:

    Link del libro: https://www.amazon.it/dp/B072L5ZGS4
    Titolo: Legacy
    Nome autore: Assunta De Blasio
    Dialogo: «Forse ho bisogno solo di tempo per elaborare tutto…e devo farlo da sola. Stare tra le vostre braccia mi rende vulnerabile e credo che non sia una peculiarità del mio carattere. E’ qualcosa che sento di non aver mai provato.»
    Jessy, piangendo, rispose: «E noi? Stai parlando solo di te stessa. Non importa se non siamo pronti a lasciarti?»
    Gabe le mise una mano sulla spalla.
    Sam la guardò colpevole.
    «E’ vero, insieme alla tua nuova vita, è cominciata anche la nostra. Mi pare, però, che questa finta, coma la chiami tu, piaccia a tutti noi. Ti sei sentita amata, rispettata, importante. O sbaglio? Forse non siamo i genitori che credevi, ma lo stiamo diventando. Siamo migliori perfino dei nostri stessi, pessimi, esempi, e migliori di quanto potessi mai sperare. Siamo le tue zavorre. Sì, ieri notte ho origliato, e sono felice di averlo fatto, perché adesso posso dirti che quello che stai dicendo è tutto frutto della rabbia. Domani ti sveglierai e spererai di trovare tuo padre in cucina a prepararti le uova e a darti un passaggio a lavoro. Spererai di avere un battibecco con me sulla più stupida questione per poi confidarti su una delusione d’amore. Spererai di tornare a casa, la sera, e di trovarci sul divano ad aspettarti per vedere la terza stagione dei Sons of Anarchy…» Sam piangeva a singhiozzo. «…beh, Sam, come genitore, so che non sei pronta a spiccare il volo ed il mio dovere è tenerti al sicuro nel nido finché non vedrò sicurezza, gioia e fermento. Solo con gli occhi pieni di vita, vogliosi di creare qualcosa di tuo, di andare avanti, ti lancerò oltre il ramo, sicura che non ti schianterai di sotto. Ti amo e, per questo, non ti permetterò di fare lo sbaglio più grande di tutti: scappare dai problemi!» Gabe aveva le lacrime agli occhi.

  8. Rebecca Quasi il said:

    LINK:https://www.amazon.it/dp/B06XKXZR8Q/ref=pd_sim_351_1?_encoding=UTF8&psc=1&refRID=7R8C5HA1KEJXDBCYFFDY
    TITOLO: Corso base per analfabeti sentimentali
    AUTORE: Rececca Quasi
    DIALOGO:
    – Isabella è incinta – disse Ettore in un picco di diplomazia.
    – Mh! Com’è potuto succedere? – domandò Paolo sorpreso.
    Beh nel solito modo, direi…
    Non era il genere di reazione che Ettore si aspettava.
    – Oh… beh… immagino che abbia influito parecchio il fatto che io dorma con lei – disse.
    – Anche io ho dormito con lei – gli fece notare Paolo.
    – Ecco… vedi l’ho baciata un sacco ultimamente… –
    – Anche io! È migliorata, non trovi? –
    Sperai che Ettore dicesse qualcosa di più perchè non era un fatto positivo che Paolo credesse che dormendo con una persona e baciandola spesso potesse saltarci fuori un bambino.
    – A scuola non vi hanno spiegato come si fanno i bambini? – s’informò Ettore.
    – Non tanto –
    – Mh… beh bisogna andare oltre i baci e il dormire insieme… –
    – Oltre come? –
    – Quanti anni hai? –
    – Otto –
    – Ecco, vedi, quando si è adulti, molto adulti, e ci si innamora, può capitare che dormendo insieme il maschio metta il suo… pene, sai cos’è il pene? –
    – Il pisello –
    – Ecco. Sì, quello. Beh succede che il maschio metta il suo pene dentro la vagina della femmina-
    – Tu hai fatto questo con Isabella? –
    – Mh… sì –
    – Quante volte? –
    – Non le ho contate –
    – Spesso? –
    – Abbastanza… –
    – Scusa ti ho interrotto. Finisci –
    Paolo era calmissimo. Come se stessero parlando del modo migliore di montare una tenda da campeggio.
    – Oh beh non c’è molto altro. Quando un uomo e una donna si comportano così dal pene esce un seme che può mescolarsi al seme che la donna ha dentro la sua pancia e dopo nove mesi da quei due semi mescolati si forma un bambino… –
    – Ho capito. È interessante… la mamma me ne aveva parlato, ma non era stata così precisa –
    Paolo sospirò.
    Quel discorso aveva acceso in lui altri quesiti, si capiva benissimo, quesiti che non avevano direttamente a che fare con il bambino, anzi la bambina, che stava per nascere.
    – Che c’è? – domandò Ettore.
    – Quindi la mamma aveva fatto con quel russo la miscela dei semi, giusto? È per quello che tu eri arrabbiato con lei? –
    – Non solo per quello… –
    – Lei però preferiva te a lui, ne sono sicuro. Altrimenti mica ti avrebbe chiesto di tenermi con te, giusto? –
    – Sì, credo di sì. Ho fatto molti errori anche io, non credere. Non sono stato un buon marito –
    – Devi sforzarti di esserlo con Isabella, però, non puoi cambiare moglie in continuazione-
    – Hai ragione, mi impegnerò al massimo –
    Ettore lo abbracciò.
    – Sono molto grato a Veronica di avermi scelto come papà per te. Non era obbligata a farmi questo magnifico regalo… –
    – Ma dopo? Quando avrei il tuo vero figlio… –
    – Non ho mai sentito parlare di figli falsi, Paolo –
    – Dai, che hai capito. Quando nascerà il tuo vero figlio, lui sarà più importante di me –
    – Beh intanto io credo che sarà una bambina. E poi tu sei mio figlio come lei. Hai il mio nome. Vivi qui. Sarai il fratello maggiore. I fratelli maggiori sono importantissimi, soprattutto per le ragazze. Dovrai tenerla d’occhio, proteggerla, stare attento che i ragazzi non facciano i cascamorti con lei… sarà un lavoraccio Paolo, credimi –
    – Soprattutto se sarà carina come Isabella –
    – Vedo che hai capito… –
    – Dovrai sposarla, sai –
    – Chi? –
    – Isabella –
    – Dici? –
    – Eh sì. Mia nonna Carla dice che una ragazza incinta non sposata non va bene –
    – Non avrei mai detto che un giorno avrei dato ragione alla nonna Carla – rispose Ettore.

  9. Link del libro: https://www.amazon.it/dp/B06XGRSYRK/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1488982509&sr=8-1&keywords=i+colori+dell%27autunno+bortolan
    Titolo: I colori dell’autunno
    Nome autore: Annamaria Bortolan
    Dialogo:
    Nel mezzogiorno Lucrezia rientrò velocemente a casa come era solita fare nella pausa pranzo. Nonostante la fretta, esplose contro la madre una rabbia incontrollabile.
    “Mi ha telefonato papà!” urlò.
    Martina non rispose, limitandosi ad osservare il bordo della vestaglia a fiori che indossava sempre quando stava in casa.
    “E che cavolo fai, adesso? Non rispondi?”
    Martina emise un gemito.
    “Scema, sei sempre la solita scema! Cosa pensavi, che papà non mi avrebbe chiamata? Guarda che non è mica cretino, non ci ha messo molto a capire che la cosa poteva partire solo da te!” incalzò.
    “E le pastiglie che ti ha prescritto Sangalli le prendi o fai finta di ingoiarle e poi le sputi? Schifosa demente, insana e maniaca depressa… Hai rovinato la vita a me e a mio padre, tu con i tuoi amanti… Ma cosa pensavi? Che lui non sapesse?”
    Martina mormorò un flebile mugolio. E poi, con un filo di voce, rispose:
    “Volevo solo sentirlo, parlargli, sapere come sta…”
    “E come vuoi che stia? Come vuoi che stia un uomo che è stato tradito e umiliato da una pazza? Da una psicotica, da una folle che, per essersi circondata di troppi uomini, ha finito per farsi venire le crisi schizofreniche! La malattia è solo colpa tua! Tua è la colpa se stai male!”
    E con questa spietata diagnosi Lucrezia, preso un panino e una bottiglia di aranciata, fece per avviarsi veloce verso l’uscita.
    Martina la fermò.
    “Non ti fermi a mangiare qui oggi?”
    Lucrezia la spinse brutalmente di lato, digrignò i denti e poi con quanto fiato aveva in gola gridò:
    “Non solo non mi fermo ma stai certa che prima o poi me ne andrò per sempre. E non mi vedrai più! Mai più, hai capito?”
    Martina soffocò un rantolo.
    “E non cominciare con le tue lagne. Hai capito? Non cominciare a frignare, schifosa. Io me ne vado… Me ne vado…”
    “No, ti prego, perdonami…”
    “E asciugati il naso che fai schifo!”
    “Perdonami, aspetta…”
    Lucrezia non rispose più e si affrettò a grandi passi verso la porta d’uscita. Prima di sbatterla con violenza, non riuscendo a trattenere l’ira, decise di porgere un ultimo, amaro saluto alla madre.
    “Ci vediamo stasera. E non provare a chiamarmi… non ci provare. Hai capito? Maledettaaa!”
    La sera arrivò lenta, pigra e satura di pentimento.

  10. – Link della storia: http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=3089098
    – Titolo: Jamie’s Fluffer
    – Nome autore: Lunedì / Annalisa

    In realtà le donne che s’intrufolarono in casa non appena sbloccai la porta erano due.

    – Ciao stellina, che bell’aspetto che hai! – disse la prima.
    – Davvero sister! Una pelle luminosa ed un radioso sorriso… quante volte avete trombato tu ed il fratellino stanotte? – fece eco la seconda, girandomi attorno e scrutandomi da una distanza ravvicinata.
    Fin troppo ravvicinata per i miei gusti.

    Perfetto.
    La tranquilla giornata che mi stavo prospettando era definitivamente andata a puttane.

    Le gemelle avevano quindi raggiunto Nick in cucina, dove si erano sedute come se nulla fosse, appropriandosi senza ritegno di brioches e caffè.

    – Tesorino, lasciatelo dire, hai fatto davvero un buon lavoro con Dana. – affermò Jane
    – Sicuro! – le aveva fatto eco Mary Ann – Ahhhh se tu non fossi mio fratello, ne approfitterei anche io… –
    Questa affermazione fu seguita da un singulto del mio amico, che aveva preso a tossire come se dovesse sputare un polmone.
    – Per la miseria Annie! Ti sembrano cose da dire a tuo fratello? – aveva esclamato, tra un colpo di tosse e l’altro.
    – Certo che sì! Ti ricordo che ti abbiamo cresciuto noi a pane, nutella e giornaletti porno, altrimenti non avresti nemmeno saputo da dove iniziare con la tua amica del cuore – aveva ammesso spudoratamente Jane, indicando me, ancora impalata all’ingresso della stanza, da sopra la spalla.

    – Oh ok, non voglio sapere altro, vado di sopra a vestirmi! –
    Per tanto che fossi disinibita con Nick, non sarei certo rimasta a sentirlo spiattellare i nostri trascorsi erotici con le sue due sorelle.
    Un minimo di pudore, porca paletta!

    – Ehi sister non pensare di svignartela così – mi aveva bloccato Mary Ann prima che mettessi i piedi sulla scala.
    – Esatto! Non era nostra intenzione interrompere la vostra focosa réunion – aveva continuato l’altra.
    – Ma siamo qui proprio per te – aveva ripreso la prima.
    – E quando avremo finito ci dovrai un grosso, enorme, immenso, favore – avevano concluso in coro, avanzando verso di me e puntandomi entrambi gli indici addosso.
    Più che una promessa sembrava una minaccia.

  11. Anna Pulinaro il said:

    Titolo:
    Non privarmi dei tuoi occhi

    Link:https://www.amazon.it/Non-privarmi-dei-tuoi-occhi/dp/8893062828

    Dialogo:

    «Alice… ti prego, ti racconterò come sono andate le cose, ma voglio che ti ripari da questa pioggia, così rischi di ammalarti.» Era completamente contrariata dal suo comportamento e non voleva più ascoltarlo, si voltò per andarsene. «Dove stai andando ora!» gridò lui. «Lontana da te, lontana dalle bugie.» Lui le afferrò subito la mano tirandola a sé. «Non parli sul serio, lo so, ora sei arrabbiata, ma ti devo una spiegazione. Cristo, Alice, ho commesso un errore!» disse con disperazione. Lei aveva gli occhi offuscati dalle lacrime e dalla pioggia che non accennava a diminuire, lo guardò con molta sofferenza. «Non esistono errori, ma opportunità per conoscere le cose… e tu me le neghi troppo spesso.» Sapeva che aveva ragione, e in quel momento realizzò che stava per perdere la cosa più bella che avesse mai avuto. «Ti prego, non prendere decisioni che poi rimpiangerai, ti chiedo solo di darmi un’altra possibilità.» La sofferenza gli si leggeva in faccia e la paura dilagava in lui, la strinse al suo petto con la speranza di farla rinsavire. «Un’altra occasione… te ne ho date tante, mi spieghi perché questa dovrebbe essere diversa?» E per la prima volta Alice lo vide piangere, non era la pioggia, erano lacrime quelle che solcavano il viso lasciando cicatrici indelebili, lui stava soffrendo nel suo stesso modo. «Perché io ti amo.» Il fiato le si spezzò, lui lo aveva finalmente ammesso, lei aveva immaginato tante volte quel momento, e ogni volta lo aveva fatto emozionandosi, ma adesso quelle dolci parole tanto attese avevano un sapore amaro. «Tu… tu mi ami?»

  12. Anita S. il said:

    – Link del libro: https://www.amazon.it/dp/B072NKVLXF
    – Titolo: Jordan+April
    – Nome autore: Anita S.
    – Dialogo:

    «April, lascia che ti spieghi come stanno le cose» le dico piano, sedendomi accanto a lei.
    Evita di guardarmi, ma io decido di andare avanti lo stesso.
    «Ho conosciuto Julie al college» inizio pacatamente. «Era bellissima e io me ne sono innamorato immediatamente. Ci siamo sposati e i suoi genitori non hanno mai visto di buon occhio la nostra relazione. Ma lei era testarda» aggiungo con un sorriso triste.
    Sospiro, cercando di incrociare il suo sguardo assente. È così difficile rivangare tutto proprio ora.
    «Volevamo avere dei bambini, ma poi abbiamo scoperto che Julie era sterile. Stavamo pensando all’adozione, ma lei ha iniziato a chiudersi in sé stessa. È caduta in depressione e alla fine…» mi blocco, mentre nella mia mente affiora la stessa domanda di sempre.
    Avresti potuto impedirlo, Jordan?
    «Una sera sono tornato a casa e l’ho trovata in piedi sul tetto. Si era imbottita di pillole ed era in stato confusionale. Non…non sono riuscito a fermarla» sussurro, chiudendo gli occhi.
    Sento un calore improvviso e quando li riapro trovo la sua mano a stringere la mia. Le lacrime le rigano il viso, ma io ho una storia da finire.
    «Non è morta sul colpo. L’abbiamo portata in ospedale, ma non si è mai ripresa. Ha una profonda lesione al cervello ed è attaccata ad un respiratore da quasi cinque anni. Tecnicamente è morta, i medici non ci hanno dato nessuna speranza. Ma i suoi genitori si ostinano a tenerla attaccata ad una macchina»
    Sospiro, stringendo le sue dita tra le mie.
    «Quella sera a casa mia non te l’ho detto perché non sarebbe stato facile tirare fuori tutto questo in quel contesto»
    «Avresti potuto dirmelo quando siamo rimasti soli» mormora con un pizzico di risentimento.
    «Lo so. Ma con te è tutto così complicato, April. Non so mai cosa aspettarmi, cosa fare o cosa dire. Tu sei un mistero per me. Mi sconvolgi» confesso.
    Lei si rimette in piedi, allontanandosi di qualche passo e dandomi la schiena.
    «Non puoi dare la colpa a me» replica.
    La sua voce trasuda dolore.
    «Non lo sto facendo. Ti sto solo dicendo che quando ti sono vicino tutto il resto del mondo diventa un cumulo di cose indistinte senza alcun senso. Tutto si focalizza su di te. Ho provato a mettere un freno a tutto questo, a fissare dei paletti. Ma è tutto inutile» le dico, raggiungendola.
    Non si volta. L’abbraccio da dietro, poggiando la fronte sulla sua testa.
    «Avevo un equilibrio prima di conoscerti, April. Ora sono solo un cumulo di pelle e ossa con un cuore che batte forte quando ti vede e un casino nella testa. Non è una giustificazione, ma è la verità»
    Glielo sussurro con un filo di voce, chiudendo gli occhi e stringendola più forte.
    «Per me è lo stesso» replica piano.
    E un attimo dopo l’ho fatta voltare e la sto baciando.

  13. Anna Pulinaro il said:

    Titolo:
    Prigioniera di me stessa

    Link:
    https://www.amazon.it/Prigioniera-di-stessa-Anna-Pulinaro-ebook/dp/B071L19LBZ

    Dialogo :

    «Ti prego, non dirmi che era lui.» Purtroppo già conosce la risposta, visto il modo in cui lo ha detto. Non rispondo ma il mio silenzio è un assenso. «Al diavolo Ella! Non dovevi rispondergli, sai bene quanto sia pericoloso quell’individuo, oppure hai dimenticato quello che ti ha fatto?» Mi guarda in attesa di una mia risposta, ma non riesco a proferire parola. «Lo hai dimenticato?» Ripete, urlando come un ossesso. «Certo che no! Ma non puoi pretendere che io non gli rivolga più la parola, lui ha fatto parte della mia vita e questo non posso cancellarlo con lo schiocco delle dita.» Senza che me ne renda conto, mi prende il viso tra le mani e mi bacia con foga. Sembra che siano passati secoli dall’ultima volta che mi ha baciata nel ripostiglio dell’ospedale, ma la sensazione che provo mentre mi bacia, non l’ho di certo dimenticata. Un fuoco mi si propaga nel corpo e mi sento bruciare dentro, mi libero dal suo bacio disperato e lo guardo ansimante. «E con questo? Con questo… puoi dimenticare tutto quello che c’è stato con lui?» Quella voce dannatamente sensuale mi fa battere il cuore all’unisono con il suo. Sento che la razionalità mi sta abbandonando e ne sono certa quando riprendo a baciarlo. Lo desidero, ormai ne sono consapevole, e non so se sia stata per l’enfasi della nostra discussione, ma mi lascio andare e butto tutti i miei pensieri in un cassetto. In un attimo ci ritroviamo in coperta e senza rendermene conto giaccio sul letto avvinghiata al suo corpo, ci tocchiamo e baciamo avidamente. Mi sfilo il costume ancor prima che lo faccia lui, sono un vulcano in eruzione e sto per esplodere, inconsapevole dei danni che mi arrecherò. Ma ho fame di lui, dei suoi baci, delle sue carezze il mio limite è stato infranto, ma lo voglio e lui vuole me e così andiamo avanti finché non siamo sazi.

  14. – Link del libro:
    Scarica gratis: https://drive.google.com/drive/folders/0B58JHASinLTfbEJpbDJxNmFpVUk
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    – Titolo:
    Catarsi Psichica

    – Nome autore:
    Margherita A. Terrasi

    – Dialogo:
    «Sì. Insomma… Lei mi piace tanto», rispose Leonardo alla domanda.
    «Mi dispiace davvero che tu abbia dovuto assistere a questa scena», la madre di Arty aveva un’aria agitata.
    «Chi è quell’uomo?»
    «L’uomo nella foto era suo padre»
    «Era?»
    «Sì. È morto qualche anno fa»
    «Mi dispiace tanto», Leonardo abbassò lo sguardo.
    «Quando suo padre era vivo, la mia Artemisia era fidanzata. Doveva sposarsi. Stava insieme al suo ragazzo da quattro anni. Erano molto innamorati. È bastato un attimo, per distruggere tutto. Ci stavamo preparando per partire. Dovevamo fare una vacanza a Venezia. Eravamo così felici», gli occhi della donna diventarono lucidi. Si passò una mano e continuò. «Ricordo che dicemmo: “Facciamoli lavorare questi due uomini”. Lasciammo a loro il compito di caricare le valige in auto. Un furgoncino stava andando ad alta velocità. Loro erano sul ciglio, dalla parte della strada. Li investì entrambi. Era ubriaco, disse. Mio maritò morì in ospedale, ma Giacomo, così si chiamava il ragazzo di Artemisia, morì sul colpo».
    Leonardo era rimasto senza parole. Non sapeva cosa dire, perciò credeva che fosse meglio non dire nulla.
    «Quando Artemisia vide i loro corpi morti impazzì. Cominciò a dissociarsi dalla realtà. Non si rendeva conto di quello che era successo. Cominciammo a frequentare per un po’ di tempo uno psicologo, che confermò che lei aveva un disturbo dissociativo della realtà e che si era creata una doppia personalità», la donna si prese un po’ di tempo per prendere respiro. «La sua condizione andava mano a mano peggiorando. Lo psicologo disse che aveva creato questa personalità altra per fuggire dal suo trauma. Ci consigliò di andare da un neurologo. Noi lo facemmo, perché Artemisia stava diventando sempre più violenta con sé stessa. Il neurologo ci consigliò di prendere dei betabloccanti. Ed è quello che fa ancora. I betabloccanti fortunatamente hanno avuto un po’ di effetto. Le hanno permesso di dimenticare, di mettere da parte il suo trauma. Adesso non si ricorda più né di suo padre, né di Giacomo».
    Leonardo era a bocca aperta. Con quale fiducia quella donna gli aveva spiegato tutto ciò.
    «Ti ho raccontato tutto perché ho fiducia in te. È da un po’ di tempo che Arty parla di te, sai? Ti definiva uno stalker insopportabile», lei sorrise.
    «Ah sì?», rise anche lui, un po’ imbarazzato.
    «Ma da come parlava di te capivo che in realtà non era quello che pensava. Manterrai il segreto?».
    Lui annuì. «Non glielo dirò»
    «Bravo. Non dirlo a nessuno. D’accordo? Ti prego, prenditi cura di lei. Sta soffrendo tanto. Lo psicologo ha detto qualche giorno fa che secondo lui una delle sue personalità sta prevalendo e temo che sia quella che ha creato per nascondersi dalla realtà. Non la abbandonerai se si dimenticherà di te, vero?»
    «Lo prometto. Non lo farò»
    «Ti ringrazio. Sei un bravo ragazzo».
    I due si alzarono e la donna abbracciò Leonardo. Lui aveva ormai deciso e quando prendeva una decisione non tornava mai indietro. Era sempre stato testardo, in fondo.

  15. – Link del libro:
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    – Titolo:
    Catarsi Psichica

    – Nome autore:
    Margherita A. Terrasi

    – Dialogo:
    «Sì. Insomma… Lei mi piace tanto», rispose Leonardo alla domanda.
    «Mi dispiace davvero che tu abbia dovuto assistere a questa scena», la madre di Arty aveva un’aria agitata.
    «Chi è quell’uomo?»
    «L’uomo nella foto era suo padre»
    «Era?»
    «Sì. È morto qualche anno fa»
    «Mi dispiace tanto», Leonardo abbassò lo sguardo.
    «Quando suo padre era vivo, la mia Artemisia era fidanzata. Doveva sposarsi. Stava insieme al suo ragazzo da quattro anni. Erano molto innamorati. È bastato un attimo, per distruggere tutto. Ci stavamo preparando per partire. Dovevamo fare una vacanza a Venezia. Eravamo così felici», gli occhi della donna diventarono lucidi. Si passò una mano e continuò. «Ricordo che dicemmo: “Facciamoli lavorare questi due uomini”. Lasciammo a loro il compito di caricare le valige in auto. Un furgoncino stava andando ad alta velocità. Loro erano sul ciglio, dalla parte della strada. Li investì entrambi. Era ubriaco, disse. Mio maritò morì in ospedale, ma Giacomo, così si chiamava il ragazzo di Artemisia, morì sul colpo».
    Leonardo era rimasto senza parole. Non sapeva cosa dire, perciò credeva che fosse meglio non dire nulla.
    «Quando Artemisia vide i loro corpi morti impazzì. Cominciò a dissociarsi dalla realtà. Non si rendeva conto di quello che era successo. Cominciammo a frequentare per un po’ di tempo uno psicologo, che confermò che lei aveva un disturbo dissociativo della realtà e che si era creata una doppia personalità», la donna si prese un po’ di tempo per prendere respiro. «La sua condizione andava mano a mano peggiorando. Lo psicologo disse che aveva creato questa personalità altra per fuggire dal suo trauma. Ci consigliò di andare da un neurologo. Noi lo facemmo, perché Artemisia stava diventando sempre più violenta con sé stessa. Il neurologo ci consigliò di prendere dei betabloccanti. Ed è quello che fa ancora. I betabloccanti fortunatamente hanno avuto un po’ di effetto. Le hanno permesso di dimenticare, di mettere da parte il suo trauma. Adesso non si ricorda più né di suo padre, né di Giacomo».
    Leonardo era a bocca aperta. Con quale fiducia quella donna gli aveva spiegato tutto ciò.
    «Ti ho raccontato tutto perché ho fiducia in te. È da un po’ di tempo che Arty parla di te, sai? Ti definiva uno stalker insopportabile», lei sorrise.
    «Ah sì?», rise anche lui, un po’ imbarazzato.
    «Ma da come parlava di te capivo che in realtà non era quello che pensava. Manterrai il segreto?».
    Lui annuì. «Non glielo dirò»
    «Bravo. Non dirlo a nessuno. D’accordo? Ti prego, prenditi cura di lei. Sta soffrendo tanto. Lo psicologo ha detto qualche giorno fa che secondo lui una delle sue personalità sta prevalendo e temo che sia quella che ha creato per nascondersi dalla realtà. Non la abbandonerai se si dimenticherà di te, vero?»
    «Lo prometto. Non lo farò»
    «Ti ringrazio. Sei un bravo ragazzo».
    I due si alzarono e la donna abbracciò Leonardo. Lui aveva ormai deciso e quando prendeva una decisione non tornava mai indietro. Era sempre stato testardo, in fondo.

  16. – Link del libro:
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    – Titolo:
    Catarsi Psichica (Lettere dall’altra parte)

    – Nome autore:
    Margherita A. Terrasi

    – Dialogo:
    «Sì. Insomma… Lei mi piace tanto», rispose Leonardo alla domanda.
    «Mi dispiace davvero che tu abbia dovuto assistere a questa scena», la madre di Arty aveva un’aria agitata.
    «Chi è quell’uomo?»
    «L’uomo nella foto era suo padre»
    «Era?»
    «Sì. È morto qualche anno fa»
    «Mi dispiace tanto», Leonardo abbassò lo sguardo.
    «Quando suo padre era vivo, la mia Artemisia era fidanzata. Doveva sposarsi. Stava insieme al suo ragazzo da quattro anni. Erano molto innamorati. È bastato un attimo, per distruggere tutto. Ci stavamo preparando per partire. Dovevamo fare una vacanza a Venezia. Eravamo così felici», gli occhi della donna diventarono lucidi. Si passò una mano e continuò. «Ricordo che dicemmo: “Facciamoli lavorare questi due uomini”. Lasciammo a loro il compito di caricare le valige in auto. Un furgoncino stava andando ad alta velocità. Loro erano sul ciglio, dalla parte della strada. Li investì entrambi. Era ubriaco, disse. Mio maritò morì in ospedale, ma Giacomo, così si chiamava il ragazzo di Artemisia, morì sul colpo».
    Leonardo era rimasto senza parole. Non sapeva cosa dire, perciò credeva che fosse meglio non dire nulla.
    «Quando Artemisia vide i loro corpi morti impazzì. Cominciò a dissociarsi dalla realtà. Non si rendeva conto di quello che era successo. Cominciammo a frequentare per un po’ di tempo uno psicologo, che confermò che lei aveva un disturbo dissociativo della realtà e che si era creata una doppia personalità», la donna si prese un po’ di tempo per prendere respiro. «La sua condizione andava mano a mano peggiorando. Lo psicologo disse che aveva creato questa personalità altra per fuggire dal suo trauma. Ci consigliò di andare da un neurologo. Noi lo facemmo, perché Artemisia stava diventando sempre più violenta con sé stessa. Il neurologo ci consigliò di prendere dei betabloccanti. Ed è quello che fa ancora. I betabloccanti fortunatamente hanno avuto un po’ di effetto. Le hanno permesso di dimenticare, di mettere da parte il suo trauma. Adesso non si ricorda più né di suo padre, né di Giacomo».
    Leonardo era a bocca aperta. Con quale fiducia quella donna gli aveva spiegato tutto ciò.
    «Ti ho raccontato tutto perché ho fiducia in te. È da un po’ di tempo che Arty parla di te, sai? Ti definiva uno stalker insopportabile», lei sorrise.
    «Ah sì?», rise anche lui, un po’ imbarazzato.
    «Ma da come parlava di te capivo che in realtà non era quello che pensava. Manterrai il segreto?».
    Lui annuì. «Non glielo dirò»
    «Bravo. Non dirlo a nessuno. D’accordo? Ti prego, prenditi cura di lei. Sta soffrendo tanto. Lo psicologo ha detto qualche giorno fa che secondo lui una delle sue personalità sta prevalendo e temo che sia quella che ha creato per nascondersi dalla realtà. Non la abbandonerai se si dimenticherà di te, vero?»
    «Lo prometto. Non lo farò»
    «Ti ringrazio. Sei un bravo ragazzo».
    I due si alzarono e la donna abbracciò Leonardo. Lui aveva ormai deciso e quando prendeva una decisione non tornava mai indietro. Era sempre stato testardo, in fondo.

  17. Titolo: Ricominciare a sognare

    Dialogo : “Ethan” sussurro.

    E’ qui, davanti ai miei occhi, più bello che mai e mi guarda furioso. Avrà sentito la puzza di alcool.

    “Stai bene?” chiede allarmato.

    “Mai stata meglio” rispondo sarcastica.

    “Madison, quanto hai bevuto?”

    “Fin quando le voci non hanno finito di parlare” dico.

    “Quali voci?” domanda accigliandosi.

    “Le voci che ho qui” mi tocco la testa con l’indice “tu non le senti? Io sì.”

    “Perché hai bevuto così tanto?” sta iniziando ad infuriarsi. Me ne accorgo da come stringe le mani in due pugni e da come assottiglia lo sguardo, riducendo i suoi smeraldi in due fessure.

    “Perché volevo silenzio. Matthias parlava troppo e anche mia nonna, mio padre pure. Ah e poi c’eri tu che urlavi” dico frasi disconnesse, senza senso.

    “Andiamo, stai delirando.” Cerca di prendermi il polso, ma il glielo nego.

    “Non mi porterai via di qui per dirmi altre cattiverie” sentenzio. Non ho intenzione di subirmi la sua ramanzina sul fatto che non è un modo maturo di affrontare i problemi.

    “Sì che ti porterò via di qui. Anche di peso, se necessario, quindi, dammi la mano e andiamocene da questo schifo di posto.” Dice duro.

    “Non è uno schifo di posto. La gente è simpatica, il cameriere è carino” lo provoco.

    “Cazzo, Madison, mi stai facendo infuriare.”

    “Non scaldarti troppo, principe azzurro. Le parolacce non serviranno ad intimorirmi.”

    “Sei venuta da sola?” chiede allontanandosi.

    “No, con Chloe.”

    “Non muoverti di qui.” Mi obbliga, prima di entrare dentro al pub.

    Ma chi si crede di essere quel pallone gonfiato? Io faccio quello che voglio. Non ho bisogno del paladino che mi salvi dalle grinfie dell’alcool.

    Rientro nel locale. So che questo lo farà infuriare, ma deve capire che deve smettere di darmi ordini. Cerco il cameriere di prima e lo trovo intento a pulire il bancone.

    “Ti sei calmata?” mi chiede con un sorriso.

    Ma che ha da sorridere tanto?

    “Giusto un po’. Puoi darmi qualcos’altro da bere?” gli chiedo, facendo gli occhi da cucciolo.

    “Mi piacerebbe, baby, ma il tuo ragazzo là in fondo mi ha espressamente minacciato che se ti avessi dato anche un solo bicchierino di qualche lurida schifezza mi sarei ritrovato senza braccia e, sai, qui al lavoro mi servono.” Spiega.

    “Il mio ragazzo?” Che?

    “Il riccio laggiù” indica e mi giro. Vedo Ethan guardarmi dall’altra parte del locale con un ghigno beffardo di chi prevedeva che gli avrei disubbidito.

    Mi rigiro e mi sbatto una mano in faccia. E’ assurdo. Completamente e pateticamente assurdo!

    Saluto il barista e me ne ritorno fuori.

    “Adesso possiamo andare” sentenzia Ethan, ritornato da me.

    “Tu! Brutto megalomane e manipolatore che non sei altro. Perché devi controllare la mia vita?” chiedo infuriata. Gli ho detto più di una volta di non trattarmi come una bambola, ma lui non mi da retta.

    “Non controllo la tua vita, evito di farti fare cazzate” mi guarda male.

    “Non spetta a te decidere se posso fare cazzate o no! Chi sei? Mio padre?” sbraito.

    “Adesso basta, stai esagerando. Andiamo” mi prende di forza per un polso e mi carica in spalla, mentre io inizio a scalciare, ad insultarlo e a tirargli pugni sulla schiena.

    “Sei un pazzo, mettimi immediatamente giù. Ma come ti permetti? Aspetta che scenda e vedrai, brutto pallone gonfiato di un riccio!” inveisco.

    “Non agitarti tanto, fa male alla salute” mi prende in giro.

    “Io farò del male alla tua salute, vedrai” lo minaccio e lo sento ridere.

    Dopo dieci minuti di visita guidata per New York in spalla ad un pazzo in un metro e novanta, la mia permanenza sulla spalle di Ethan finisce.

    “Non farlo mai più” gli dico, aggiustandomi i vestiti.

    “Tu non devi farlo mai più. Ma che ti viene in mente? Bere fino a scordarti anche il tuo nome, per cosa poi? Non si affronta così la vita” mi rimprovera.

    “E come si affronta, sentiamo? A prendere a pugni il mondo e a gettare parole d’odio sulla gente?” grido.

    “E’ il modo più sano” urla di rimando.

    “Non c’è niente di sano in te!” mi guarda con occhi infuocati.

    “Hai ragione, non c’è niente di sano in me! Da bambino mi hanno spezzato le ali e adesso non riesco a staccarmi da questo inferno, non riesco a volare incontro ai miei desideri. Sono pieno si insicurezze e incertezze, ma una cosa la so.” Approfondisce lo sguardo, rendendo la voce più roca.

    “Mi sono innamorato di te!”

  18. Titolo : Ricominciare a sognare.

    Dialogo : “Ethan” sussurro.

    E’ qui, davanti ai miei occhi, più bello che mai e mi guarda furioso. Avrà sentito la puzza di alcool.

    “Stai bene?” chiede allarmato.

    “Mai stata meglio” rispondo sarcastica.

    “Madison, quanto hai bevuto?”

    “Fin quando le voci non hanno finito di parlare” dico.

    “Quali voci?” domanda accigliandosi.

    “Le voci che ho qui” mi tocco la testa con l’indice “tu non le senti? Io sì.”

    “Perché hai bevuto così tanto?” sta iniziando ad infuriarsi. Me ne accorgo da come stringe le mani in due pugni e da come assottiglia lo sguardo, riducendo i suoi smeraldi in due fessure.

    “Perché volevo silenzio. Matthias parlava troppo e anche mia nonna, mio padre pure. Ah e poi c’eri tu che urlavi” dico frasi disconnesse, senza senso.

    “Andiamo, stai delirando.” Cerca di prendermi il polso, ma il glielo nego.

    “Non mi porterai via di qui per dirmi altre cattiverie” sentenzio. Non ho intenzione di subirmi la sua ramanzina sul fatto che non è un modo maturo di affrontare i problemi.

    “Sì che ti porterò via di qui. Anche di peso, se necessario, quindi, dammi la mano e andiamocene da questo schifo di posto.” Dice duro.

    “Non è uno schifo di posto. La gente è simpatica, il cameriere è carino” lo provoco.

    “Cazzo, Madison, mi stai facendo infuriare.”

    “Non scaldarti troppo, principe azzurro. Le parolacce non serviranno ad intimorirmi.”

    “Sei venuta da sola?” chiede allontanandosi.

    “No, con Chloe.”

    “Non muoverti di qui.” Mi obbliga, prima di entrare dentro al pub.

    Ma chi si crede di essere quel pallone gonfiato? Io faccio quello che voglio. Non ho bisogno del paladino che mi salvi dalle grinfie dell’alcool.

    Rientro nel locale. So che questo lo farà infuriare, ma deve capire che deve smettere di darmi ordini. Cerco il cameriere di prima e lo trovo intento a pulire il bancone.

    “Ti sei calmata?” mi chiede con un sorriso.

    Ma che ha da sorridere tanto?

    “Giusto un po’. Puoi darmi qualcos’altro da bere?” gli chiedo, facendo gli occhi da cucciolo.

    “Mi piacerebbe, baby, ma il tuo ragazzo là in fondo mi ha espressamente minacciato che se ti avessi dato anche un solo bicchierino di qualche lurida schifezza mi sarei ritrovato senza braccia e, sai, qui al lavoro mi servono.” Spiega.

    “Il mio ragazzo?” Che?

    “Il riccio laggiù” indica e mi giro. Vedo Ethan guardarmi dall’altra parte del locale con un ghigno beffardo di chi prevedeva che gli avrei disubbidito.

    Mi rigiro e mi sbatto una mano in faccia. E’ assurdo. Completamente e pateticamente assurdo!

    Saluto il barista e me ne ritorno fuori.

    “Adesso possiamo andare” sentenzia Ethan, ritornato da me.

    “Tu! Brutto megalomane e manipolatore che non sei altro. Perché devi controllare la mia vita?” chiedo infuriata. Gli ho detto più di una volta di non trattarmi come una bambola, ma lui non mi da retta.

    “Non controllo la tua vita, evito di farti fare cazzate” mi guarda male.

    “Non spetta a te decidere se posso fare cazzate o no! Chi sei? Mio padre?” sbraito.

    “Adesso basta, stai esagerando. Andiamo” mi prende di forza per un polso e mi carica in spalla, mentre io inizio a scalciare, ad insultarlo e a tirargli pugni sulla schiena.

    “Sei un pazzo, mettimi immediatamente giù. Ma come ti permetti? Aspetta che scenda e vedrai, brutto pallone gonfiato di un riccio!” inveisco.

    “Non agitarti tanto, fa male alla salute” mi prende in giro.

    “Io farò del male alla tua salute, vedrai” lo minaccio e lo sento ridere.

    Dopo dieci minuti di visita guidata per New York in spalla ad un pazzo in un metro e novanta, la mia permanenza sulla spalle di Ethan finisce.

    “Non farlo mai più” gli dico, aggiustandomi i vestiti.

    “Tu non devi farlo mai più. Ma che ti viene in mente? Bere fino a scordarti anche il tuo nome, per cosa poi? Non si affronta così la vita” mi rimprovera.

    “E come si affronta, sentiamo? A prendere a pugni il mondo e a gettare parole d’odio sulla gente?” grido.

    “E’ il modo più sano” urla di rimando.

    “Non c’è niente di sano in te!” mi guarda con occhi infuocati.

    “Hai ragione, non c’è niente di sano in me! Da bambino mi hanno spezzato le ali e adesso non riesco a staccarmi da questo inferno, non riesco a volare incontro ai miei desideri. Sono pieno si insicurezze e incertezze, ma una cosa la so.” Approfondisce lo sguardo, rendendo la voce più roca.

    “Mi sono innamorato di te!”

  19. Titolo : Ricominciare a sognare.

    Nome: Maria Teresa Aprile

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    Dialogo:”Ethan” sussurro.

    E’ qui, davanti ai miei occhi, più bello che mai e mi guarda furioso. Avrà sentito la puzza di alcool.

    “Stai bene?” chiede allarmato.

    “Mai stata meglio” rispondo sarcastica.

    “Madison, quanto hai bevuto?”

    “Fin quando le voci non hanno finito di parlare” dico.

    “Quali voci?” domanda accigliandosi.

    “Le voci che ho qui” mi tocco la testa con l’indice “tu non le senti? Io sì.”

    “Perché hai bevuto così tanto?” sta iniziando ad infuriarsi. Me ne accorgo da come stringe le mani in due pugni e da come assottiglia lo sguardo, riducendo i suoi smeraldi in due fessure.

    “Perché volevo silenzio. Matthias parlava troppo e anche mia nonna, mio padre pure. Ah e poi c’eri tu che urlavi” dico frasi disconnesse, senza senso.

    “Andiamo, stai delirando.” Cerca di prendermi il polso, ma il glielo nego.

    “Non mi porterai via di qui per dirmi altre cattiverie” sentenzio. Non ho intenzione di subirmi la sua ramanzina sul fatto che non è un modo maturo di affrontare i problemi.

    “Sì che ti porterò via di qui. Anche di peso, se necessario, quindi, dammi la mano e andiamocene da questo schifo di posto.” Dice duro.

    “Non è uno schifo di posto. La gente è simpatica, il cameriere è carino” lo provoco.

    “Cazzo, Madison, mi stai facendo infuriare.”

    “Non scaldarti troppo, principe azzurro. Le parolacce non serviranno ad intimorirmi.”

    “Sei venuta da sola?” chiede allontanandosi.

    “No, con Chloe.”

    “Non muoverti di qui.” Mi obbliga, prima di entrare dentro al pub.

    Ma chi si crede di essere quel pallone gonfiato? Io faccio quello che voglio. Non ho bisogno del paladino che mi salvi dalle grinfie dell’alcool.

    Rientro nel locale. So che questo lo farà infuriare, ma deve capire che deve smettere di darmi ordini. Cerco il cameriere di prima e lo trovo intento a pulire il bancone.

    “Ti sei calmata?” mi chiede con un sorriso.

    Ma che ha da sorridere tanto?

    “Giusto un po’. Puoi darmi qualcos’altro da bere?” gli chiedo, facendo gli occhi da cucciolo.

    “Mi piacerebbe, baby, ma il tuo ragazzo là in fondo mi ha espressamente minacciato che se ti avessi dato anche un solo bicchierino di qualche lurida schifezza mi sarei ritrovato senza braccia e, sai, qui al lavoro mi servono.” Spiega.

    “Il mio ragazzo?” Che?

    “Il riccio laggiù” indica e mi giro. Vedo Ethan guardarmi dall’altra parte del locale con un ghigno beffardo di chi prevedeva che gli avrei disubbidito.

    Mi rigiro e mi sbatto una mano in faccia. E’ assurdo. Completamente e pateticamente assurdo!

    Saluto il barista e me ne ritorno fuori.

    “Adesso possiamo andare” sentenzia Ethan, ritornato da me.

    “Tu! Brutto megalomane e manipolatore che non sei altro. Perché devi controllare la mia vita?” chiedo infuriata. Gli ho detto più di una volta di non trattarmi come una bambola, ma lui non mi da retta.

    “Non controllo la tua vita, evito di farti fare cazzate” mi guarda male.

    “Non spetta a te decidere se posso fare cazzate o no! Chi sei? Mio padre?” sbraito.

    “Adesso basta, stai esagerando. Andiamo” mi prende di forza per un polso e mi carica in spalla, mentre io inizio a scalciare, ad insultarlo e a tirargli pugni sulla schiena.

    “Sei un pazzo, mettimi immediatamente giù. Ma come ti permetti? Aspetta che scenda e vedrai, brutto pallone gonfiato di un riccio!” inveisco.

    “Non agitarti tanto, fa male alla salute” mi prende in giro.

    “Io farò del male alla tua salute, vedrai” lo minaccio e lo sento ridere.

    Dopo dieci minuti di visita guidata per New York in spalla ad un pazzo in un metro e novanta, la mia permanenza sulla spalle di Ethan finisce.

    “Non farlo mai più” gli dico, aggiustandomi i vestiti.

    “Tu non devi farlo mai più. Ma che ti viene in mente? Bere fino a scordarti anche il tuo nome, per cosa poi? Non si affronta così la vita” mi rimprovera.

    “E come si affronta, sentiamo? A prendere a pugni il mondo e a gettare parole d’odio sulla gente?” grido.

    “E’ il modo più sano” urla di rimando.

    “Non c’è niente di sano in te!” mi guarda con occhi infuocati.

    “Hai ragione, non c’è niente di sano in me! Da bambino mi hanno spezzato le ali e adesso non riesco a staccarmi da questo inferno, non riesco a volare incontro ai miei desideri. Sono pieno si insicurezze e incertezze, ma una cosa la so.” Approfondisce lo sguardo, rendendo la voce più roca.

    “Mi sono innamorato di te!”

    (Scusate avevo dimenticato il Link del libro)

  20. http://delos.digital/9788825402490/il-diavolo-dentro
    – Il Diavolo dentro
    – Roberto Ottonelli
    – Dialogo: Una sera piombarono in sala dove mi stavo guardando la tele in santa pace, e con delle facce tutte serie mi dissero: – Senti, Manuela, noi siamo molto in difficoltà, con te. Non credere neanche per un istante che siamo pentiti della nostra scelta, ma pensiamo che anche tu ci debba aiutare: a farti conoscere, a ritenerci tuoi amici, delle persone che sono a tua disposizione. Gli assistenti sociali ci hanno raccontato la tua storia che non ci ha spaventati, anzi ci ha spinti a prenderti con noi per darti una nuova possibilità. Sei tu che devi decidere cosa farne.
    Un discorso tanto bello che mi venne voglia di spaccare tutto. Mi alzai dal divano e lo ribaltai sul mobile che ci stava dietro, staccai un paio di quadri e li lanciai contro l’altra parete, poi afferrai il vaso a cui la mia nuova mamma teneva tanto e lo avrei sbattuto in faccia a quei due coglioni, ma papà mi saltò addosso, immobilizzandomi.
    – Bastardo, che cazzo stai facendo, mi vuoi ingroppare? Ma io ti denuncio, te la faccio vedere io!
    – Non mi fai paura, lo sai? Io voglio aiutarti, ma non ti posso permettere di sfasciarmi la casa!
    – E perché no? E’ tanto importante questa casa di merda?
    – Sì, è tanto importante perché ho fatto dei sacrifici e perché è anche la tua ora!
    – Io lo so come andrà, adesso. Voi farete un paio di telefonate e mi troverete un’altra sistemazione.
    Ero furibonda, sentivo la rabbia salire da dentro e non potevo trattenerla, avevo tutti i muscoli contratti e mentre gridavamo entrambi cercavo in tutti i modi di divincolarmi dalla sua morsa, invano.
    – Sai tutto tu, vero? E invece non sai un cazzo di niente!
    Aveva la bava alla bocca, era paonazzo e gli occhi colmi di rabbia e frustrazione. Scoppiai in lacrime, incapace di qualsiasi altro movimento o reazione.

  21. Serena Brucculeri il said:

    Link: https.//goo.gl/ZhN9a1
    Nome autore: Serena Brucculeri
    Titolo: “Alla ricerca di te. Oltre il sentiero del cuore”
    Dialogo : Peter cercando di passare inosservato striscia con la schiena contro la parete e di soppiatto la segue. La raggiunge e si chiude dietro la porta.
    «Si può sapere cosa ti sia preso?» le chiede cogliendola di sorpresa e facendola sobbalzare per lo spavento.
    «Perché mi eviti tutto a un tratto?! Ieri sera…».
    Sarah si gira e gli punta un dito contro interrompendolo. Mostra un’espressione combattiva sul volto che Peter non le ha mai visto prima. Si era ripromessa di mantenere un tono neutro e distaccato ma ora non ci riesce. Tutta la delusione e l’amarezza si riversano fuori dalla sua bocca e non sa come fermarle.
    «No, non ti azzardare…».
    «A fare cosa scusa?!»Peter non riesce a comprendere questo suo atteggiamento e la affronta con le mani sui fianchi, che trattengono la giacca di panno verde bottiglia scostata, scoprendogli parte della camicia di jeans slacciata dei primi due bottoni. Il suo aspetto sicuro e sfrontato cela il suo essere inerme e in attesa.
    «Non ti permetterò più di fermarti a casa mia per passare la notte, non ti permetterò più di avvicinarmi, che sia chiaro questo!».
    Il dito di lei sempre puntato all’altezza del suo viso lo tiene a distanza.
    «Ma che hai, si può sapere?! Da quando è arrivata Lucy sei strana, non ti riconosco!».
    Peter sbotta per tutto il risentimento fino a ora trattenuto, allarga le braccia e pretende una spiegazione. Filava tutto per il verso giusto e ora sembrano due estranei. Non si è mai sentito così inadeguato in vita sua, nemmeno quando giocava nella squadra di rugby della scuola e sudato e ansante si voltava scorgendo i padri dei compagni seduti sulle gradinate ad acclamarli mentre del suo non c’era nemmeno traccia. Aveva confidato alla madre una sera questo disagio che lei aveva intuito provocargli una certa sofferenza. Dalla volta dopo Jeffrey prendeva posto tra il pubblico insieme agli altri genitori, mentre la madre era impegnata al locale. Nessuno avrebbe detto che non era suo padre, guardandolo esultare e incoraggiarlo dopo ogni suo tiro e passaggio andato a buon fine. Ora nessuno poteva aiutarlo, né Jeffrey, né sua madre. Ora era solo, di fronte alla rabbia di una donna che non sapeva né spiegarsi né gestire.
    «Ho riflettuto… penso non sia una buona idea che noi due continuiamo a frequentarci. Finiamola qui».
    Sarah non ha usato mezze parole per spiegare a lui la situazione. La sua voce è bassa ma risoluta, non è mai stata certa di qualcosa come in questo frangente.
    «E questo perché?» le chiede Peter. Un pugno allo stomaco gli avrebbe fatto meno male. Irrigidisce la mascella e alza il mento così da dimostrare che niente che lei possa dirgli in questo momento riesca a minare il suo ego. Perché lui non ha bisogno di lei, sia chiaro. Lei non è il centro del suo mondo come Lucy per Mark. Lei è solo Sarah, una ragazza simpatica e piacevole con cui lui ha passato del tempo e in cui ha riposto il suo affetto. Una di certo che lui potrebbe sostituire all’istante se volo lo volesse. Il guaio è che non lo vuole, ma con lei non lo ammetterà mai.
    «Perché è meglio così… io non mi sono ancora ripresa dalla storia di Richard, la perdita del bambino poi è stato un qualcosa di insostenibile per me. Non trovo giusto che io trascorra del tempo con te solo per dimenticare i miei casini, viste che le premesse sono… la tua incapacità di andare oltre».
    Ecco, l’ha detto.
    Gli occhi le si appannano all’istante e un leggero tremolio le compare sul labbro inferiore. Cerca di bloccarlo mordendoselo ma non serve più di tanto. Allora volta la testa per evitare il suo campo visivo.
    «Perché? Voglio dire, a me va benissimo così. Nessuno dei due si vuole impegnare, stiamo bene insieme tutto sommato».
    Peter allunga le mani verso di lei avanzando di un passo ma Sarah indietreggia e lo tiene a distanza allungando le braccia davanti a lei. La ragazza chiude gli occhi così, come per farlo sparire. L’emotività è un altro aspetto del carattere che ha ereditato da sua madre e in questo momento non ne è particolarmente grata. Peter avanza ancora e le solleva il mento con un dito. Lei volge gli occhi altrove, non può sostenere il suo sguardo ora.
    «Guardami Sarah!» le ordina. Lei continua a fissare il vuoto. Peter nota che il vibrare lento e tenero del mento è ancora lì. Lui deglutisce, ha un nodo in gola che non vuole scendere e nemmeno salire, è immobile; si sente impotente, colpevole e non ne conosce nemmeno il motivo.
    «Sarah… perché piangi ora?» sussurra lui più a se stesso che a lei. All’improvviso sente un gran freddo in quella cucina. Di scatto ritrae la mano e se la strofina con l’altra, come ad attutire un colpo che ha dato e non ricevuto.
    La porta si spalanca e Lucy sporge la testa in cerca della festeggiata.
    «Sarah, stiamo aspettando i piattini…».
    Trova l’amica girata di spalle ferma immobile vicino al piano cottura e Peter poco distante col viso smarrito.
    «Ora arrivano!» esclama Sarah ridivenendo padrona della situazione ed estraendo dei piatti dalla credenza.
    «Li porto subito».
    Lucy si dilegua e li lascia soli. Peter l’afferra per il braccio le mormora alle spalle ciò che in un attimo ha compreso.
    «Sarah… tu volevi di più, non è vero?».
    Il tono mortificato e le parole sussurrate palesano il suo malessere interiore.
    «Il fatto che mi rinfacci che io non cerchi un oltre tra noi… io… perché?! Non può andare avanti tutto come prima? Come fino a ieri?» Sarah si dispiace quasi per lui. Si è accorto di aver causato delusione e sofferenza ma non può farci niente perché non possiede gli strumenti necessari a rimediare. Può semplicemente esserne mortificato e uscire dalla sua vita in punta di piedi così come vi è entrato.
    «Mi dispiace… io… non avevo capito… in realtà pensavo che tu avessi preso la cosa con più leggerezza…».
    Peter abbassa lo sguardo al pavimento e si sfrega il viso con le mani. Non avrebbe mai voluto ferire Sarah. Mai. Ma è successo e non può permettere alla cosa di andare avanti. Glielo deve. È una brava ragazza, dolce e sensibile che ha già sofferto tanto. Chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe rivelato solo un altro stronzo da aggiungere alla lista? Come Richard se non peggio. Visto che le cose stanno in questo modo, non rimane che assecondare la decisione di lei e lasciarla andare per la sua strada. È giusto così.
    «Mi dispiace Sarah… veramente».
    Peter abbassa le spalle e china il capo come se fosse indifeso, quando invece l’aguzzino è lui.
    «Oh, non preoccuparti… in fin dei conti eravamo stati chiari a vicenda… ma quando hai detto che non hai nessuna intenzione di innamorarti, ci hai precluso tutte le strade e io… non voglio più…».
    Peter alza la testa.
    «Hai ragione, Sarah, non ti devi scusare… hai perfettamente ragione… scusami…».
    Sarah ora gli dà le spalle ma lo sente ancora lì, in piedi, rivolto verso di lei, con lo sguardo dritto e le spalle curve, uno sguardo che le trapassa la nuca. Poi esce dalla cucina, lasciandola sola a ingoiare lacrime che non vuole mostrare.

  22. Elisabetta Garbini Costa il said:

    LINK:
    https://www.amazon.it/Camilla-verso-Elisabetta-Garbini-Costa-ebook/dp/B01MRXK5I4
    TITOLO:
    Sara e Camilla verso sé
    NOME AUTORE: Elisabetta Garbini Costa
    DIALOGO:
    “Ma cosa significa sono incinta, Camilla? Hai quarant’anni o sei un’adolescente inesperta? E come sarebbe che hai calcolato male? Ti fidi del calendario?”
    “Lorenzo, per favore, è già dura dirtelo al telefono: non complicare tutto!”
    “Io complico? Ma hai un bel coraggio! Io mi chiedo se sto sognando?”
    La voce sempre più alterata.
    “Vorrei che non fosse così.Te ne avrei parlato prima, se i avessi cercata come promesso…”
    “Prima? Prima di cosa? Vuoi dire che non sei più in tempo per rimediare?
    “Cosa intendi?”
    “Lo sai cosa intendo: c’è solo un modo di intendere un’interruzione di una gravidanza.”
    Il tono arrabbiato e impaziente di Lorenzo le fece male da morire.
    “Non ho ancora deciso: volevo che ne parlassimo di persona…”
    La voce sempre più fievole di Camilla lo urtò ulteriormente.
    “Cosa cambia se ne parliamo di persona?”
    Non gli rispose e staccò la comunicazione in lacrime.

  23. Roberta Damiano il said:

    Link: https://www.amazon.it/Amore-Farfalla-serie-Lamore-sogno-ebook/dp/B073DSLQ71/ref=sr_1_1_twi_kin_1?ie=UTF8&qid=1503342233&sr=8-1&keywords=roberta+damiano
    Titolo:Un Amore di Farfalla
    Autore: Roberta Damiano
    Dialogo:
    «Samantha, questa visita inaspettata a cosa la devo?» chiese lasciando cadere sulla scrivania i fogli che aveva in mano.
    «Di sicuro lo saprai.» Mi sedetti su una poltroncina senza aspettare il permesso.
    «Se ti riferisci al messaggio…» Mi alzai furiosa.
    «Lo sapevo! Controlli ancora le mie conversazioni» urlai. Robert si alzò con tutta la calma di questo mondo e andò a chiudere la porta.
    «Singolare, Samantha. Controllo solamente i messaggi che ti manda il tuo ex psicopatico.»
    «Allora non farlo più, okay?» poggiai le mani sui fianchi e diedi una sbirciatina veloce allo studio. Era tutto elegante, con colori caldi ed accoglienti, poi notai cosa faceva mostra sulle mensole. Farfalle, tantissime farfalle ad ali spiegate rinchiuse in piccole teche.
    «Se è proprio questo che vuoi.» Lo udii appena poiché ero tremendamente sconvolta. Mi avvicinai alle mensole.
    «È orribile!»
    «Non esagerare, voglio solo saperti al sicuro» continuò senza che lo ascoltassi.
    «Non puoi aver fatto davvero una cosa del genere!»
    «La tua privacy è al sicuro, non mi importa delle tue altre conversazioni.»
    «Sei un mostro» dissi furiosa.
    «Incredibile, il vero mostro è il tuo ex che ha tentato di ucciderti!» Mi afferrò per un braccio e mi fece voltare.
    «Ma non quello, questo» indicai.
    «Parlavi delle farfalle, io credevo…» corrugò la fronte che gli fece affacciare una deliziosa ruga al centro delle sopracciglia. Ma che vai pensando Sam, è un assassino di farfalle.
    «Come puoi aver fatto questo?» le guardai con tristezza.
    «Fatto cosa?»
    «Questo… tu le hai intrappolate, hai tolto loro la vita solo per metterle in una stupida teca. Per quale motivo?»
    «Perché sono belle. Quelle farfalle avrebbero perso il loro colore, invece lì è come se fossero eterne. Il loro colore rimane vivido, acceso, etereo. Sono morte è vero, ma sono anche vive perché manterranno la loro bellezza per sempre» cercò di convincermi, ma inutilmente.
    «Quello che dici è orribile. Un bruco aspetta tutta la vita per diventare una meravigliosa farfalla e potersi riscattare della sua strisciante vita per vedere finalmente il mondo dall’alto e ammirarlo e voi collezionisti non fate altro che togliere ciò che a quei poveri animaletti spetta di diritto. Una vita.»
    «Una vita breve» rispose.
    «Breve, ma felice.»
    Robert mi passò i pollici sulle guance, non mi ero accorta delle lacrime. Difficilmente mostravo a qualcuno i miei sentimenti e non piangevo mai davanti a qualcuno. Mai.
    «Mi dispiace averti reso infelice» sussurrò con voce roca catturando due lacrime con le sue labbra calde.

  24. DEBORAH - DEHEAD il said:

    Link: http://my.w.tt/UiNb/LjTyvNepOF
    Autore: DeHead
    Titolo: L’ultimo battito del cuore.

    《Ciao…》, biascica, imbarazzata. Il tono che ha mi spiazza, è troppo tranquilla, meno acida e la cosa più assurda è che sia qua davanti a me, nella mia casa.
    《Isabel… ti chiederei di sederti》, le dico confusa, indicando il letto, 《ma non so nemmeno cosa fai qui》, aggiungo, incrociando le braccia.
    《Era tanto tempo che non entravo qua dentro》, osserva, guardandosi intorno. 《Sai》, torna a parlare, 《Ho pensato tanto a cosa dire》, si siede ai piedi del letto senza guardarmi, 《All’inizio ero furiosa perché mi avevi mentito, ma poi》, scuote la testa, incrociando il mio sguardo, 《Ho pensato che dovevo parlarne con te: Sei tornata perché sei malata e hai bisogno del sostegno dei tuoi genitori. Ho capito bene?》
    《Più che aver capito, a me sembra che sai tutto》, preciso.
    《Ho parlato con tua madre》, confessa lei, 《E l’ho fatto solo perché non ho creduto alla storia della donazione》, si alza in piedi, 《Ma perché non lo hai detto subito?》
    《Perché?!》, ripeto, alzandomi con il sostegno della mano, 《Perché non mi hai dato alcuna possibilità di spiegarmi, o di giustificarmi, o… scusarmi per come mi sono comportata con voi.》
    《Scusarti?》, replica chiudendo gli occhi, accennado un sorriso ironico e scuotendo leggermente la testa, 《E a che servirebbe dopo sette anni? Non pensi che sia passato troppo tempo?》
    《Sì, è vero》, confermo, con gli occhi lucidi, 《Però…ecco…》, provo a trovare le parole, assicurandomi che mi guardi dritto negli occhi,《Nella mia vita ho avuto tutto e ho fatto sempre quello che desideravo fare. Ho dei genitori fantastici, avevo un lavoro perfetto; ero quello che volevo essere. Poi ho scoperto della malattia e ho ripreso un certo contatto con la realtà, così ho pensato: “Andrà bene, tornerò a casa e saprò cosa fare.” E in un attimo ho ragionato sul fatto che tornare mi avrebbe portata anche da te, e da Matt, e lì ho capito: Ho capito che voi siete l’unica cosa della mia vita che voglio mettere a posto. Io non so come finirà tutto questo, ma devo essere sicura che voi mi perdoniate perché nonostante tutto vi ho sempre portati dentro di me, come il ricordo più bello, come una parte immortale della mia vita. E se nel destino è scritto che io debba morire domani, voglio andarmene sapendo che non mi odiate più.》

    È sconvolta. Ha un’espressione attonita e guardandola mi accorgo di quanto non sia cambiata: il suo sguardo triste è lo stesso di quando eravamo bambine, e allo stesso modo increspa ancora le labbra quando vuole trattenere la commozione.

    《Tu…》, non riesce a parlare. Una lacrima le cade inesorabile, irrigandole la guancia, ma lei l’asciuga all’istante, 《Non devi dire queste cose, perché…》, ma non ce la fa. L’emozione si trasforma in pianto, e anche io non riesco a trattenermi. L’abbraccio e anche lei mi stringe forte. Affonda il viso sulla mia clavicola, 《Tu vivrai. Finirà nel migliore dei modi ed io potrò invecchiare con l’unica vera amica che abbia mai avuto.》
    Sorrido d’istinto, 《Allora siamo ancora amiche? Non sei arrabbiata con me?》
    《Oh, sì, cara Alice! Io sono molto arrabbiata con te》, continua in lacrime, 《E devi promettermi che da oggi in avanti non mentirai più. Capito?》
    《Certo, Isa.》
    《Isa…》, ripete lei, abbozzando una risata, 《Sai che lo odio!》
    《Ma so che io posso》, la incalzo, con espressione altezzosa.
    Annuisce, poi mi afferra per le braccia, assumendo un’espressione seria:《Io voglio starti vicino. Voglio aiutarti a sconfiggerlo restandoti accanto e tu devi permettermelo.》
    《Non voglio farti vivere questo》
    《Alice, io non ti lascerò star male davanti ai miei occhi, senza far niente.》
    《Tu non capisci》, replico, io, 《Sarà dura!》
    《NO. Sei tu a non capire. Quando te ne sei andata mi sono chiesta per tanto tempo il motivo che ti aveva spinta a preferire un luogo sconosciuto, a casa tua. E perché fossi andata via senza nemmeno salutarmi… poi con il tempo, quando ho visto che non scrivevi mai e che avevi iniziato a farti una vita, le domande non avevano più senso e, anche Matt, che all’inizio ne era rimasto devastato, ha cominciato ad andare avanti. Ma adesso che sei qui e che so che rimarrai, non voglio farmi travolgere dal passato e dimenticare chi eravamo… a maggior ragione se non lo hai fatto nemmeno tu. Lo faccio perché ci vogliamo ancora bene.》

    Ci abbracciamo ancora e questo contatto cambia tutto, mi fa sentire più al sicuro, meno sola. Adesso so che ho di nuovo lei, la mia migliore amica; l’unica su cui avrei potuto contare come sostegno morale in momenti come questi.

    Scioglie l’abbraccio e guarda dalla finestra, osservando quella della sua camera, 《Sai? Ho ancora i walkie-talkie…》
    《Davvero?!》, chiedo sorpresa.
    《Sì》, ridacchia, 《Ma ormai sono obsoleti.》
    《Be’… per fortuna adesso esistono i cellulari!》
    《Sì!》, scoppia a ridere.
    《È bello riaverti come amica》, ammetto, felice.
    《È bello che sei tornata. Anche se non avrei voluto che lo avessi fatto per questa cosa. E poi sei stata davvero stupida!》
    《E perché?》
    《Perché non dovevi pensare a noi in un momento come questo. Non posso credere che tu soffri così tanto e pensi a noi… non è giusto.》
    《Adesso va molto meglio》, le confido, provando a rincuorarla.
    《Però… io devo dirti che Matt ha una ragazza, adesso. Sarò tua amica, Alice, e ti starò accanto, ma Matt…》
    《Ha Savannah. Lo so. Lo avevo capito》, l’anticipo, concludendo quello che stava per dire.
    《E perché fai quella faccia stralunata?》, chiede, un po’ confusa. Aspetta una risposta, ma lei mi conosce ancora tanto bene da capire il mio silenzio: 《No… sei ancora innamorata di lui?!》
    《Io》, mi imbarazza dirlo ma so di potermi fidare, 《Credo di sì.》
    《Ma è passata una vita!》, ribatte, incredula.
    《O la vita si è fermata》, replico io, 《Non si può spiegare bene quello che si prova in questi casi.》
    《Okay, ma sono ugualmente scioccata. Si, insomma: la malattia… le tue scuse! E adesso mi dici che… sei ancora innamorata di Matt?!》

    Annuisco increspando le labbra. So che tutto questo non ha senso per Isa, ma Matt per me è stato molto più di quanto lei creda. Ho solo sbagliato a non saperlo tenere tutto per me.

    《Quindi, adesso cosa vuoi fare? Non posso andare contro Savannah, è una brava ragazza!》
    《Certo》, sbuffo, 《Lo so… non pretendo nulla, è ovvio. Ma anche poter tornare ad essere amici mi renderebbe felice.》
    Annuisce convinta, 《D’accordo. Io gli parlerò… ma non ho molto potere su questa situazione.》
    《Direi che dovremmo iniziare a parlare》, le spiego, 《Il resto si vedrà.》La raggiungo alla finestra e insieme guardiamo la sua casa, 《Magari mi perdonerà.》

  25. DEBORAH - DEHEAD il said:

    Link: http://my.w.tt/UiNb/SCKxbBSqOF

    Titolo: NELL’OMBRA DELL’AMORE

    Autore: DEHEAD

    《Potresti chiudere gli occhi, per favore?》
    《Sì, ma…》
    Sbuffa,《Fa’ silenzio per un attimo》, fa una pausa, 《e chiudi gli occhi.》
    Mi rassegno ed eseguo.
    Mi stringe entrambe le mani accompagnandomi sempre in direzione della spiaggia, e questa volta sono confusa da questo mistero. Forse è meglio che io abbia paura, dato che quando fa il misterioso finisce sempre con qualcosa di scioccante.

    Ci fermiamo e stacca la presa.
    《Non puoi ancora aprirli.》
    Faccio spallucce e increspo le labbra, se c’è una cosa che odio è attendere. Sento borbottare, poi silenzio.
    《Ehi, Shawn?》
    《Solo un attimo.》
    C’è uno strano odore nell’aria… forse vaniglia.
    《È una torta?》, chiedo, ridacchiando. Ma sono seria, io voglio mangiare! La gravidanza mi sta facendo cambiare letteralmente, anzi, mi sta riportando alla normalità.
    Mi afferra per le spalle voltandomi non so verso cosa. Poi silenzio.
    《Puoi aprirli.》

    Parte una canzone, a basso volume, e mi sembra di conoscerla, sì, è quella del gruppo preferito di Alex: gli One Direction! Credo si chiami “Home”… me la faceva ascoltare decine di volte nel suo Suv quando io e Shawn non ci parlavamo.

    Apro gli occhi e quello che vedo è incredibile.
    Ci sono delle candele, intorno a un tavolo apparecchiato, che formano un cuore. Sono senza parole, è una sorpresa magnifica; è più di quanto mi aspettassi. Mi volto verso di lui e lo trovo in ginocchio. Okay… questo, è decisamente più di quanto mi aspettassi.

    È quasi in lacrime, ride ma è nervoso, mi emoziono anch’io e comincia a battermi il cuore talmente forte che l’emozione mi fa piangere all’istante senza rendermene conto.
    《I-io lo so che è presto》, balbetta, 《Ma so anche che ho trovato la meta della mia vita. Tu, Alyssa Walker, sei la destinazione. Il punto fermo. Sei la madre del mio bambino, l’unica donna che vorrei al mio fianco, per sempre》, estrae una scatolina per anelli dalla tasca del pantalone, 《mi vuoi sposare》, aggiunge, mostrando l’anello, 《e rendermi tanto, tanto, felice?》

    Non riesco a dire nulla. È troppo bello tutto questo per essere vero. Sono letteralmente paralizzata e commossa da quello che vedo.
    《Dì qualcosa!》
    Annuisco, 《Hai ragione》, tiro su con il naso, 《Hai ragione. È che questo è tanto bello da lasciarmi senza parole.》
    《Allora, dì solo sì》, annuisce, 《Sì, è tutto quello che voglio.》
    《”Sì”, non è nulla. Io non voglio dirti sì, perché non è la parola adatta.》Lo porto su prendendolo dai polsi, 《Ti dico invece, che ti voglio per il resto della mia vita, che ti amerò come amico, come compagno, come amo il tenero battito pulsante del nostro bambino. Perché tu sei tutto quello che mi manca; sei ciò che mi completa. Quindi davanti a queste luci, davanti al tuo amore, al mare, alle stelle, io ti amo, Shawn Lang, e voglio sposarti.》

  26. anna zarlenga il said:

    https://www.amazon.it/Il-volto-che-ha-lamore-ebook/dp/B06Y518D3S/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1497686880&sr=8-1&keywords=il+volto+che+ha+l%27amore

    Dica la verità, questa è una farsa, vero? Chi l’ha istruita? Andrea? Vittorio? O forse Davide?» chiede con una nota dura nella voce. Sembra veramente infuriato.
    «Non capisco» gli rispondo. «Cosa vuol dire?»
    Si lascia sfuggire una risata a metà tra lo sprezzante e l’esasperato. «Ovviamente questo è uno scherzo di pessimo gusto. Mi vuol far credere che mio figlio abbia disegnato una donna che non ha mai visto in vita sua e che lei, guarda caso, abbia disegnato me senza conoscermi? È un bel po’ che non credo più a Babbo Natale, signorina, non mi prenda in giro».
    Ok, ora la rabbia sta prendendo il posto della sorpresa. Ma chi si crede di essere per parlarmi così?
    «Guardi che io non prendo in giro proprio nessuno. Se non se ne è accorto, qualche minuto fa stavo quasi svenendo. Non crede che anch’io possa pormi qualche domanda su questa situazione assurda? O immagina che il monopolio dello stupore sia solo il suo?»
    Lo vedo accartocciarsi su se stesso, l’uomo duro è rapidamente sparito rivelando la sostanza di cui è fatto: rabbia disperazione e pianto, quello che vedo ogni notte poco prima di svegliarmi di soprassalto.
    «Senta, mi perdoni» dice. «Non è mia abitudine rivolgermi alle persone in questo modo. È che, è così assurdo, io…»
    «Ok. Pietra sopra» lo interrompo prontamente. Mi sento come in una centrifuga, non ho più punti di riferimento, fatico a ragionare con tranquillità, ma so una cosa: non posso essere in collera con lui. L’istinto mi dice che la collera è l’ultimo sentimento che quell’uomo si merita.
    Lui si mordicchia un labbro, soppesando, forse, le parole che sta per dire. «Samuel. Circa un mese fa ha cominciato a manifestare questa abilità straordinaria. Io non so perché, ma so è un bambino molto sensibile e voglio proteggerlo».
    Un mese fa. Esattamente quando sono cominciati i miei incubi. Annuisco alla sua affermazione. «Questo posso capirlo.»
    «L’ha chiamata mamma» specifica lui.
    «Lo so, ma io l’ho corretto. Due volte» ribatto.
    «Sì, e vorrei che si insistesse su questo punto».
    «Non c’è nulla su cui insistere, io non sono la madre» e questo mi pare ovvio. Agata non mi ha raccontato molto del bambino, quando sono stata assunta. Ha solo accennato alle sue capacità e al fatto che vivesse con il padre. Forse il piccolo fa così con tutte le figure femminili che ruotano attorno a lui. Mi giro a guardarlo con tenerezza. È concentrato sul disegno, anche da qui posso vedere che sta facendo un ottimo lavoro. Cosa ti è successo, giovane genio?
    «Cos’è successo a sua madre?» mi lascio sfuggire. La domanda è sgorgata dalle mie labbra senza che potessi riflettere prima. Me ne pento subito, anche perché l’espressione dell’uomo torna a indurirsi.
    «Non credo che la risposta sia utile al suo lavoro» ribatte.
    Io mi avvicino alla cattedra e sollevo una stampa del quadro di Monet che ho dato a Samuel.
    «Sa perché ho scelto questo quadro?» gli chiedo fissando assorta il disegno, ma non aspetto la sua risposta. «Nei miei sogni vedo un uomo in piedi su un ciglio ripido. È scuro in volto, e scura è la natura attorno a lui. La scogliera di Monet, totalmente immersa nel sole, mi ricorda in parte il mio sogno, ma dona ad esso quella luce che gli manca. Vede queste due figure femminili? Si confondono quasi in mezzo all’erba. Ecco, non so se a lei fa lo stesso effetto, ma questa simbiosi dell’uomo con ciò che lo circonda mi rasserena. Non so come spiegare, è come se sentissi il bisogno della luce accecante per esorcizzare il buio che tormenta il mio sonno ogni notte. Cos’è l’arte se non l’espressione più profonda del nostro essere? E a cosa può servire se non a purificare l’anima dai nostri demoni?».
    Quando parlo di arte e di quadri le parole scorrono fluide e naturali. L’arte è il luogo in cui mi rifugio quando sono triste o quando non capisco il mondo. Non lo sto guardando, ma so che mi sta fissando intensamente.
    «Ama molto il suo lavoro, vero?» mi chiede.
    Mi giro e gli regalo un sorriso appena accennato. «Credo fermamente che l’arte possa curare le ferite spirituali. Non penso possa essere un caso che Samuel sia arrivato qui, e io con lui. C’è un motivo che non riusciamo a individuare razionalmente, forse l’universo vuole mandarci un messaggio».
    Scuote la testa con decisione. «Non credo nel destino, o nella benevolenza dell’universo, o nei suoi cosiddetti messaggi».
    «Non può negare che questa sia una situazione quantomeno particolare. Il disegno di Samuel, il mio…» ribatto, ma non mi fa continuare. Alza le mani sulla difensiva e capisco che sta per alzare un muro.
    «Vorrei far finta che questa cosa non sia successa, le dispiace? Possiamo semplicemente continuare le nostre vite e dimenticarci di tutte queste stranezze?» mi chiede.
    Mi ha chiesto davvero una cosa del genere? Crede davvero che io possa vivere serenamente e relegare in un angolo il fatto che lui sia qui di fronte a me, dopo che l’ho sognato ogni notte?
    «Ignorare una cosa non vuol dire farla sparire» gli rispondo appoggiandomi con la schiena al muro, svuotata di tutta la mia energia. Lui si avvicina tenendo in mano il foglio con il suo ritratto e si ferma a un soffio da me. Alzo lo sguardo e trattengo il respiro: gli occhi pieni di disperazione che ho dipinto tante volte sono ora puntati nei miei. Posso vedere le pagliuzze color miele che li screziano, le ciglia scura che li avvolgono. Esamino ogni parte del suo viso e le vertigini aumentano. Lui solleva una mano e mi sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Il suo tocco gentile mi provoca un brivido, il cuore prende il volo al punto che mi sembra quasi che il petto non possa più trattenerlo. So che non dovrei provare sensazioni così devastanti, ma è più forte di me.
    «A volte dimenticare è l’unico modo per salvarci» sussurra, e mi restituisce il ritratto. Nel riprendermelo gli sfioro inavvertitamente la mano e lui la ritrae subito, come scottato, continuando a fissarmi con un’espressione sofferente. Ho l’irresistibile desiderio di accarezzargli la guancia, di distendere la sua espressione corrucciata, ma immagino che un gesto del genere non sarebbe apprezzato.
    Si schiarisce la voce allontanandosi di qualche passo. «Se non le dispiace, per il resto della lezione aspetto fuori».

  27. Lorena il said:

    https://www.youcanprint.it/fiction/fiction-generale/stirpe-croce-nera-9788891118363.html
    Titolo dell’opera: STIRPE CROCE NERA
    Autore: LORENA CORVIN.

    Un tocco aggraziato e gelido mi sfiorò l’orecchio, mi voltai di scatto e non vidi nessuno, una voce cantò nell’aria il mio nome. «Chi siete?» domandai, voltandomi su me stesso.
    «Gabriel.» Quella voce invocò nuovamente il mio nome. «Mostratevi se ne avete il coraggio.»
    «Vi ho riconosciuto non appena ho sentito l’odore del vostro sangue.» La sua figura si materializzò dinnanzi a me, splendida e aggrazziata, il candore dell’abito contornava il suo corpo come un’aurea di luce eterea. «Isabel» era tutto quello che riuscii a balbettare in quel momento.
    «Come state Gabriel?»
    «Bene grazie, è un piacere rivedervi.»
    «Lo è anche per me» pronunciò, avvicinandosi alla balconata. «Ho saputo della vostra trasformazione» articolai.
    «Oserei dire, un salto di qualità.»
    «Perché lo avete fatto?» osai domandare.
    «Ero tormentata dal vostro ricordo e lacerata dal dolore per la perdita di mio figlio.» I suoi occhi si fecero di un rosso vivo. «Tormentata dal mio ricordo?» un tuffo al cuore, non potevo credere alle mie orecchie.
    «Temevo di impazzire, poi ho conosciuto Marius, lui ha salvato la mia anima.»
    «Lui è…» Fremevo.
    «Ho abbracciato le tenebre, assaporando il sangue, lui è il mio padrone.» Mi afferrò per un braccio, mi fece sedere sulla panchina di pietra accanto all’oleandro, si scostò una ciocca di capelli e sorrise mostrando la punta dei canini perlacei.
    «Sono un essere senza empatia, emissario del male.» Delineò un ghigno.
    «Una definizione differente dalla mia.» Le sue parole m’inquietarono.
    «Perfida, brutale, una vampira pronta a tutto senza indugio. Nessuna pietà per gli umani.» Terminò la frase senza mai guardarmi in faccia.
    «Non siete la stessa Isabel che ho conosciuto, i vostri occhi incutono orrore e freddezza.» Il mio giudizio scivolò nella sua indifferenza.

  28. – Link del libro: https://www.amazon.it/dp/B00DYB255A
    – Titolo: Menhir
    – Nome autore: Dominique Bisset
    – Dialogo:
    «Quindi, fammi capire: quello che dovrei fare io è venire con voi ogni volta che dovete fare l’incantesimo per impedire agli irlandesi di mettere le mani sul sasso. Tutto qui?»
    Vivienne annuì.
    «E io ho il potere di questo… dio.»
    Lei di nuovo fece sì con la testa.
    «E perché non mi hanno semplicemente piazzato una pallottola nel cranio?»
    «Te l’hanno spiegato, no?»
    «Perché hanno bisogno di me» ripeté Jean che forse iniziava ad avere una visione più chiara di tutta la situazione.
    Ora restava un solo problema.
    «E io come lo uso questo potere?»
    «Imparerai» sorrise Vivienne, con un’espressione infinitamente dolce. Si alzò dalla sedia e andò ad accomodarsi sul letto, accanto a lui. Gli prese la mano facendolo sobbalzare per la sorpresa e anche un po’ per l’imbarazzo.
    Con l’altra mano, lei gli accarezzò i capelli scuri. «L’ultima volta che ti ho incontrato, eri alto e biondo e ti chiamavi Hans. Avevi occhi chiari e gelidi e il cuore di pietra. Eri un ufficiale nazista» si avvicinò a lui, fino alla distanza di un respiro. «Eri crudele e mi hai crivellato di colpi. Non mi hai riconosciuto. Non mi riconosci mai, a ogni incarnazione, anche se io ti cerco disperatamente e non faccio altro che attenderti da tutta la vita.»
    Jean sentì il calore del suo corpo e un altro calore farsi strada dentro di lui, e qualcosa gli diceva che non era di magia che lei ora voleva parlargli. «Io… non ricordo nulla di… essere stato…» balbettò come per giustificarsi. Gli occhi di lei lo fissavano fin quasi a bruciarlo.
    Il suo corpo si mosse da solo, istintivamente, si ritrovò disteso, mentre lei gli strisciava sopra. Qualcosa di bagnato gli colò sulle guance. Erano le lacrime di Vivienne.
    «Sono stanca di questa solitudine…» mormorò.
    E Jean non fu più in grado di resistere. Le mise una mano dietro la nuca e la attirò a sé, baciandola con dolcezza.

  29. renata Morbidelli il said:

    Link: https://www.amazon.it/Ast%C3%A8ris-Prescelta-Renata-Morbidelli-ebook/dp/B01N7WCLK5/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1503420439&sr=8-1&keywords=Ast%C3%A8ris%2C+la+Prescelta
    Titolo: Astèris, la Prescelta
    Autore: Renata Morbidelli
    Dialogo: Con un fischio Edelweiss chiamò, per l’ultima volta, il suo Falco e protese il braccio destro per lasciargli appoggiare i suoi lunghi artigli. “Eleiteris” pronunciò la Strega nell’Antico Idioma e il Falco tornò a essere il Cavaliere che, per anni, aveva messo la sua spada al servizio di Edelweiss. Sorridendo dolcemente l’abbracciò e le disse: «È stato un onore combattere al tuo fianco e condividere questo tratto di strada con te. Ora è giunto il tempo, per me, di restare nella pace delle Stanze del Perdono. Come avrai certamente intuito, sto per affrontare il mio ultimo viaggio: a nessuna creatura vivente è concesso il privilegio di assistervi ma, in questa notte magica, si celebra soprattutto il Mistico Incontro di Edelweiss la Prescelta con Sòlean il Gatto. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la vostra magia. Se resti ci saranno sorprese anche per te». «Altre sorprese per me? – disse stupita – Questa è davvero una notte piena di magia. Non oso immaginare che altro possa accadere: voglio rimanere qui fino alla fine della festa, se mi è concesso». «Certo che ti è concesso – intervenne Sòlean sorridendo – questa è una notte in cui la magia si respira nell’aria e la luna sorride. Goditi la festa fino in fondo». Edelweiss quasi non poteva credere che stessero accadendo tutte quelle cose straordinarie in una sola notte.

  30. Link:
    ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/69612/alex-ovvero-alexander-manning/

    Dialogo:

    “Ascoltami bene, Elaine”, mormorò Louise verso la fine della conversazione. “Ascoltami bene perché non lo ripeterò due volte. Io ho avuto problemi con Alex fin dal giorno in cui è nato. Era così strano, aveva uno sguardo… sembrava volermi minacciare…”
    “Oh mamma, ti prego… avevi appena partorito il tuo primo figlio, eri stravolta…”
    “Lasciami parlare, bambina mia”, la interruppe in tono dolce ma deciso. Senza darle il tempo di scusarsi, continuò:
    “Crescendo è diventato un bambino adorabile, simpatico, estroverso con tutti tranne che con noi… ma poi, verso i sei anni, è tornato come prima. Ricominciai a notare quello sguardo cupo, introverso… a volte mi faceva paura, sembrava già un adulto. A scuola non legava con i compagni e le maestre mi dicevano che spesso era in un mondo suo, non rispondeva alle domande, era come assente, ma i suoi risultati erano più che buoni. Lo abbiamo fatto visitare da uno specialista, secondo il quale il nostro bambino aveva solo bisogno di sentirsi più responsabilizzato. Da allora in poi è stato sempre più difficile, lui era sempre più chiuso, non ci parlava più…”.
    Elly la guardava con grande stupore: non aveva mai saputo nulla di tutto ciò, nemmeno quando Alex aveva tentato il suicidio le avevano raccontato questa terribile verità. Era combattuta tra la pena che le faceva sua madre e la rabbia per non essere mai stata messa al corrente di notizie così importanti.
    “Elly, so che non dovrei dirti questa cosa”, proseguì Louise invitandola a sedersi sul grande letto matrimoniale accanto a lei, “ma sei grande ormai e poi sei venuta tu a chiedermi spiegazioni, immagino significhi che sei pronta per sapere, anche se quello che sto per dirti non ti farà piacere”. Così dicendo le scostò una ciocca di capelli che le ricadeva sugli occhi. Era il gesto che compiva sempre quando le diceva qualcosa di importante: ci teneva a guardarla dritta negli occhi e non amava che quella capigliatura sempre spettinata glielo impedisse.
    “Quando Alex ha compiuto un anno, io ero in depressione totale, non si trattava della solita depressione post-partum, era ben diverso… ero scivolata in un tunnel di disperazione crescente, vedevo il mio bambino iniziare a camminare, dire le prime parole, senza ridere mai. Mai, capisci? Iniziai a domandarmi dove stessi sbagliando e tuo padre non sapeva più cosa fare per convincermi che il problema non ero io. Poi, un giorno, trovò la soluzione. Fu lui ad avere l’idea di fare un altro figlio, un bimbo dolce e tenero che mi facesse capire che ero una brava madre… e poi sei nata tu, una femmina, una bambina meravigliosa che avrebbe lenito i miei dolori,.. e così è stato, sai? A volte non so proprio come farei senza di te”.

  31. Annamaria Marconicchio il said:

    Link: https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=come+un+granello+di+sabbia+di+annamaria
    Titolo: Come un granello di sabbia
    Autore: Annamaria Marconcchio
    Dialogo:
    Sentì la porta aprirsi, ma non si mosse: se fosse stata Elena, preferiva ignorarla.
    “Sergio, che ci fai ancora in piedi?”
    La voce di suo padre gli sembrò più dolce del solito. Se avesse avuto un carattere meno riservato, gli si sarebbe gettato tra le braccia per chiedere il suo conforto, ma non ne era capace. Si voltò lentamente e incontrò lo sguardo di suo padre, apparentemente preoccupato.
    “Pensavo fossi già a letto.” Riprese Carlo Evani .
    “Non riuscivo a dormire… Se ti do fastidio torno in camera mia.”
    Il padre scosse la testa.
    “Fastidio? Oh, Sergio, perché sei sempre sulla difensiva” Si sedette, poi gli fece un cenno “Vieni a sederti. Facciamo due chiacchiere insieme.”
    Sergio gli si avvicinò, ma restò in piedi, sperando che il padre non avesse intenzione di fargli un’altra predica. Ma suo padre taceva, come se non sapesse da che parte cominciare.
    “Cosa c’è che non va, Sergio?” Chiese, infine, affrontando l’argomento direttamente.
    Sergio si strinse nelle spalle. Che cosa poteva rispondergli? Qualunque cosa avrebbe fatto nascere un vespaio e lui era proprio a terra e non sarebbe stato in grado di resistergli.
    “Problemi a scuola? Come te la cavi?”
    “Potrebbe andare meglio!”
    “Difficoltà con i professori?”
    “Anche…”
    “Forse le materie di studio sono pesanti?”
    “Più o meno…”
    Di fronte alle laconiche risposte di Sergio, Carlo Evani rimase interdetto. Sembrava che suo figlio si rifiutasse di avere un dialogo con lui, ma non riusciva a capirne il motivo. Vide Sergio voltarsi di scatto verso la finestra illuminata da un lampo, poi sussultare per il boato del tuono. Fu tentato di andargli vicino, si alzò, poi si fermò indeciso. Suo figlio non era più un bambino, non aveva paura dei temporali, quindi non aveva senso che lui desiderasse confortarlo.
    “Tra poco sarà Natale!” Disse improvvisamente, per cercare un argomento di conversazione.
    Sergio lo guardò e nei suoi occhi passò un’ombra. Sua madre era morta all’inizio di dicembre e da quel momento io Natale aveva perso per lui ogni magia,
    “Ha importanza?” Chiese con lentezza, cercando di mitigare la sua agitazione. Appoggiato con le mani allo schienale di una poltrona, guardò suo padre dritto negli occhi.
    “Che cosa è importante per te, Sergio?” La voce spazientita del padre lo raggiunse fastidiosamente.
    “La mia vita, papà! E il desiderio di essere lasciato in pace…”
    “Ma noi abbiamo l’impressione che tu non abbia pace!”
    Quel “noi”, più del tono irritato del padre, infastidì Sergio terribilmente, facendo scattare qualcosa in lui che lo spinse a diventare cattivo.
    “Io la mia pace l’ho persa sei anni fa!” Gridò, stringendo le mani intorno alla poltrone, poi facendo un gesto con la testa continuò: “E quella non mi aiuta certo a ritrovarla.”
    “Quella, come la chiami tu, ti vuole bene. Se solo accettassi la sua presenza, tutto sarebbe più facile.”
    Suo padre cercava di mantenere la calma, ma la sua Sergio l’aveva persa del tutto.
    “Più facile per chi? Per te? Per lei? Non hai chiesto il mio parere tre anni fa, non chiedermi niente adesso!”
    “Sergio, ascolta….”
    Sergio non seppe mai se il padre avesse aggiunto qualcosa. La testa prese a girargli vertiginosamente e lui chiuse gli occhi, stringendo le dita intorno allo schienale, fino a farle diventare bianche.
    “Mio Dio!” Pregò “Non ora! Non davanti a lui!”
    Respirò profondamente, raccogliendo tutte le sue forze. Poi riaprì gli occhi e li puntò sul padre, la cui immagine ondeggiava davanti a lui.
    “Non voglio ascoltare!” Disse, ansimando “Quella donna non è mia madre, non potrà mai sostituirla. Mai!”
    Si prese il volto tra le mani e, mosso qualche passo, si lasciò cadere sul divano,
    “Sergio…” tentò ancora suo padre.
    “Lasciamo in pace!” Mormorò lui, stremato, desiderando solo di poter raggiungere il suo letto, mentre veniva nuovamente colto dalle vertigini.
    Carlo Evani lo guardò per qualche istante, senza sapere cosa dirgli, poi uscì silenziosamente dalla stanza.

  32. Deborah - Deheasd il said:

    Link: http://my.w.tt/UiNb/E9sk6TgpQF

    Titolo: Inevitabilmente tu.
    Autore: Deborah Testa (DeHead)

    《Sai una cosa? Nonostante abbia dei buchi temporali, oggi grazie a Roby, ho ricordato alcune cose del mio passato. 》
    《Cose belle?》, mi preoccupai.
    《Più o meno. Ma ancora vivo i ricordi come reminiscenze, per lo più come se fossero dei sogni. Qualcosa rimane ancora vaga, ma sono certo che con il tempo tutto tornerà.》
    《Come la frase sul mio ciondolo.》Ormai era il tempo di dire le cose come stavano.
    《Esatto. Tu mi hai fatto capire che solo con un aiuto posso tornare al pieno delle mie facoltà. Non avere più un quadro completo del mio passato è estenuante, soprattutto perché ciò che ho alle spalle, rispecchia quello che sono e, in un certo senso, perdendo la memoria, perdo un po’ di me stesso.》Mi rattristarono quelle parole, non doveva pensarla così, lui poteva essere fiero di sé e diventare l’uomo che io vedevo davanti ai miei occhi.
    《Ciò che eri non importa. Quello che conta è chi decidi di essere oggi, cosa vuoi diventare domani. Se tratterai la vita come un dono, se saprai dare il senso alle piccole cose, scavando a fondo, scoprirai l’essere umano. Ed “essere umano” vuol dire avere pietà, provare amore, decidere con saggezza.Possiamo sempre cambiare chi siamo, basta volerlo.》
    Lo lasciai interdetto. Accennò un sorriso, e respirò profondamente.《Sai cosa c’è di più bello questa sera oltre al mio ristorante preferito?》
    《No… cosa?》
    《La tua purezza. Non ho mai visto una ragazza così giovane, essere così…suona banale ma, così speciale!》
    《Non è banale, per me è un gran complimento.》

  33. Link:
    https://www.amazon.it/morte-%C3%A8-unopzione-accettabile-ebook/dp/B00TMRA1A6/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1503502676&sr=8-1&keywords=la+morte+%C3%A8+un%27opzione+accettabile

    Titolo:
    La morte è un’opzione accettabile
    Autrice:
    Gabriella Grieco

    Dialogo:
    “«Perché lo dice solo ora? Perché non testimoniò al processo?»
    «Lo avrei fatto, ma… »
    Una smorfia di dolore apparve sul volto di Isabella.
    «Ma?»
    «Non potevo. Non sapevo.»
    «Va bene, ma perché non è andata a parlarne alle autorità competenti? È ancora in tempo, mi creda. Se lei rinunciasse a questa follia io l’ascolterei con una disposizione d’animo differente. Non è facile dare credito a chi impone la sua voce con la violenza!»
    Per la prima volta Isabella reagì con rabbia, lasciando trasparire la furia che l’animava:
    «Non sottovaluti la mia intelligenza, dottor Benincasa. Crede che non ci abbia provato? Che sia giunta a questa decisione con leggerezza? Voi adesso mi state ascoltando perché non avete scelta. Quando l’avete avuta mi avete respinto senza esitazioni. A chi mai poteva interessare la presunta innocenza di un… tossico?»
    Sputò fuori la parola come un grumo di roba infetta. Zambelli la fissava, affascinato suo malgrado dalla veemenza delle parole. Forse iniziava a intuire chi potesse essere la donna, pur restando senza nome.”

  34. Claire Barnes il said:

    Link:http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=2697200

    Titolo: “A Night without a Day, a Day without a Night”

    Autore: SusanTheGentle

    Dialogo:
    Il terzo giorno, proseguirono su un nuovo sentiero lungo la Gola, decidendo di attendere il pomeriggio per compiere l’ultimo tratto. Pozzanghera ricordò che era meglio aspettare l’ora della siesta dei Giganti.
    E il terzo giorno, Peter affrontò Caspian.
    Mentre il Liberatore puliva gli zoccoli di Destriero da terriccio e pietruzze, il Magnifico gli si avvicinò.
    “Sono due giorni che non parli con nessuno”
    Caspian, accovacciato sui talloni, non si voltò. “Mi dispiace, so di essere insopportabile, ma ho un sacco di cose per la testa”
    “Pensi di essere l’unico?” disse seccamente Peter. “Tu non credi a una parola di quel che ha detto Cornelius, vero?”
    Caspian si fermò un momento. “E’ difficile per me avere ancora fiducia in qualcuno o in qualcosa” rispose, spostando per un attimo lo sguardo sul cielo bianco e gonfio di neve, in cerca del falco.
    “Cornelius ha fatto tanto per te, dovresti avere un minimo di riconoscenza” continuò Peter, con il suo solito tono di superiorità. “Ricordo quando lo salvammo dal castello di Miraz: pensavi a lui come a un padre e so che non hai mai smesso di farlo”
    Caspian abbassò il capo, i capelli gli finirono sul volto. Era tormentato da sentimenti differenti di rancore, nostalgia, incertezza. Doveva essere sincero con sé stesso: non aveva pensato di rivedere Cornelius vivo. L’averlo rincontrato gli aveva fatto provare una stretta al cuore perché, in fondo, gli voleva ancora bene, ed era questo a fare più male. Se avesse imparato ad odiarlo sul serio, non si sarebbe sentito così.
    “Tu puoi capirmi, Peter” disse Caspian alzandosi in piedi. “Tu sai cosa vuol dire essere traditi da una persona a cui vuoi bene e quanto può far male”
    Peter strinse la mascella.
    Sì, lo sapeva. Rammentava ciò che lui Susan e Lucy avevano provato quando avevano scoperto che Edmund era passato dalla parte della Strega Bianca. Era stato terribile, inaccettabile.
    “Sì, ti capisco” disse il Magnifico. “Ma oltre alla delusione ho avuto la possibilità di conoscere la gioia del vedere quella persona tornare sui suoi passi e riunirsi ai suoi cari”
    Il Re Supremo si volse indietro solo un istante, osservando Edmund seduto sulle rocce insieme agli altri, mano nella mano con Shanna.
    “Cornelius mi mentì già in passato” riprese Caspian. “Per anni mi tenne nascosta la verità sulla morte di mio padre. Non vedo perché non potrebbe farlo di nuovo”
    Peter parve incredulo. “Pensi che direbbe il falso sull’apparizione di Aslan?”
    “No…no, non credo lo farebbe. Ma una volta avrei prestato fede alle sue parole senza esitazione, ora, invece…” Caspian scosse il capo. “In ogni caso è un’assurdità: una notte senza il giorno e un giorno senza la notte. Che diavolo vorrebbe dire?”
    “Molto spesso, Aslan parla per enigmi” rispose Peter. “Sono certo che col tempo lo capiremo”
    “Tempo…quanto tempo ancora?”
    “Ha detto fino al solstizio d’inverno. Manca poco più di un mese e mezzo, non è molto”
    “E’ un sacco di tempo, dal mio punto di vista”
    “Il tuo punto di vista è distorto”
    Caspian si trattenne dal ribattere. Come al solito, Peter credeva di avere già capito tutto.
    “E va bene, ammettiamo pure che Cornelius abbia ragione: ha detto che io e Susan dovremo affrontare Rabadash insieme, e per farlo dovremo tornare a Cair Paravel, ma cosa succederebbe se non riuscissimo a raggiungere il castello in tempo?”
    “E’ qui che ti sbagli” ribatté Peter. “Ci riuscirete. Ogni cosa è stata stabilita da Aslan perché accada a suo tempo e a suo modo”
    Caspian scosse di nuovo il capo con decisione, iniziando a spazzolare il manto di Destriero. “Non posso aspettare a lungo. Dovrei tornarmene subito indietro come avevo deciso dall’inizio”
    “Allora perché sei ancora qui?”
    Il Liberatore si voltò verso il Magnifico. “Non mi sarei spinto fino a questo punto se lei non fosse rimasta ferita” disse, lanciando uno sguardo al falco, che si era appena posata su una roccia accanto a loro. “Avevo detto che vi avrei accompagnato fino a Pozzanghera, ma poi Shanna mi ha incastrato con quella storia delle Spade…”
    “Smettila” sbottò Peter. “Non cercare scuse, lo sai qual è il motivo del perché alla fine hai accettato di seguirci: è perché hai voluto credere che i tuoi figli sono vivi e li vuoi ritrovare. So che avevi perso le speranze e so cosa ti ha permesso di cambiare idea: la fede. Devi fare la stessa cosa con le parole di Cornelius, avere fede”
    Caspian sentì che Peter lo guardava insistente mentre aspettava una risposta, ma il Liberatore tenne gli occhi fissi sul manto nero del suo cavallo, mentre si perdeva in nuove riflessioni.
    “Non vorresti credere che ci sia una soluzione anche per te e per Susan?” insisté Peter.
    Sì, Caspian lo voleva. Era la cosa che desiderava di più. Scioglierla dalle catene della maledizione, poterla vedere di nuovo con i suoi occhi umani, e liberare i suoi bambini ovunque si trovassero.
    Forse Peter aveva ragione, forse era tutto stabilito. Ogni cosa combaciava: il viaggio attraverso le Terre del Nord poteva durare il tempo necessario per permettere loro di adempiere la missione affidata da Aslan a Jill, ed era altamente probabile che quella missione, oltre al salvataggio di Rilian e Myra, comprendesse l’annientamento della maledizione. Il tutto avrebbe potuto svolgersi nell’arco di sei settimane, dopodiché, le circostanze li avrebbero portati tutti a Cair Paravel. Doveva solo credere al significato di quattro segni e di una profezia, eppure esitava.
    “Che sia la prima e ultima volta che te lo dico” disse infine Peter “Se sei ancora dell’idea di andartene, è meglio che tu lo faccia adesso, ma non ti azzardare a tornare”
    “Mi stai minacciando?” chiese il Liberatore, fulminandolo con un’occhiata.
    Il Re Supremo sostenne lo sguardo. “Ti sto accusando. Di vigliaccheria. Io non sopporto i vigliacchi e non voglio averne uno per amico”
    “Da quando siamo diventati amici io e te, Peter?”
    “Un tempo abbiamo cercato di esserlo. Avevo molta stima di te”
    “Non ho bisogno della tua pietà” disse Caspian a denti stretti “Né della tua stima, tantomeno della tua amicizia. Di quella di nessuno. Comunque, sappi che non me ne andrò, non più”
    “Bene”
    “Bene”
    I due ragazzi restarono in silenzio alcuni minuti. Caspian si aspettava che Peter lo lasciasse solo e invece rimase lì, alle sue spalle.
    “La maledizione non ti ha privato solo del tuo aspetto umano” disse ancora il Re Supremo, “ma anche di un cuore”
    Caspian ripensò alle parole che aveva rivolto a Cornelius quel mattino: gli aveva detto che il suo cuore era divenuto pietra. Non era esatto.
    “Il cuore dei morti non batte” sul volto del Liberatore si dipinse la disperazione più pura.
    Il Re Supremo rimase molto turbato da quell’espressione e dalle parole che seguirono.
    “Non parlarmi di vigliaccheria, Peter, parlami piuttosto di morte e desolazione, comprenderò meglio quello che vuoi dirmi, perché anch’io sono morto e la mia vita è distrutta. Il mio cuore è di Susan e se non ho lei non ho niente, neppure me stesso. Sono un fantasma che cammina”
    Da quel momento in poi, Peter non aveva più fiatato.

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    “PRELUDE”
    Lea Valti
    Scena: Cap. XII – William Druce, nascosto in una miniera dopo aver subito il morso di un vampiro, parla con il suo amico Turner Powell della lettera che gli aveva chiesto di consegnare a Wynter, la ragazza che ama.

    Gli andai incontro fin sull’ingresso della galleria principale della miniera.
    «Allora, Turner, com’è andata? L’hai vista? Hai potuto consegnarle la lettera?». Man mano che si avvicinava notai due grosse tumefazioni sugli zigomi e un’espressione che lasciava intendere che qualcosa non fosse andata per il verso giusto. Ed andai in ansia. «Cosa è successo, Turner?».
    Turner cominciò a piangere come un bambino e mi fu subito chiaro che qualcosa di molto grave fosse accaduto. Tremava come una foglia per la paura, ne sentivo persino l’odore. Lo tirai dentro per la giacca cercando di evitare di toccare il corpo.
    «Maledizione, Turner, dimmi cosa è successo …»
    «Lascia che mi sieda, William …», disse trafelato tra uno spasmo di pianto e l’altro, «devo raccontarti molte cose …».
    Sentivo l’ansia dentro di me diventare collera impetuosa e faticai terribilmente per cercare di evitare di azzannarlo, ma il mio respiro era diventato più veloce e rumoroso nel passare attraverso le narici dilatate e Turner l’avvertì, agitandosi ancor di più. Me lo tirai nella galleria cieca e lo scaraventai in un angolo dove lo lasciai ai suoi maldestri tentativi di accendere la solita candela. La visione di quel minuscolo punto di luce fu un pungolo ulteriore per i miei nervi tesi. Mi misi seduto e cercai di controllarmi in modo più accettabile. Turner sembrò acquietarsi con la luce: ingoiò faticosamente per riabilitare la sua gola secca.
    «Purtroppo William, oggi devo darti un serie di brutte notizie.». Cercai di controllare il mio respiro e di tenermi calmo. Ero pronto a sentire il peggio. «Sono andato a Bessborough, come tu mi hai chiesto e ho cercato la cuoca; mentre l’aspettavo ho saputo da uno dei garzoni che le cose non vanno bene al castello. Ti hanno cercato giorno e notte per una settimana e infine ti hanno dato per morto. Tuo padre … mi dispiace dirtelo, William, è stato sopraffatto dal dolore, si è ammalato ed è voluto ritornare a Perth lasciando gli Hateley da un giorno all’altro. Diceva che non poteva sopportare di vivere lì senza di te affidandosi alla loro carità.».
    Abbassai lo sguardo immaginando tutto il dolore che mio padre poteva aver provato ma subito pensai al dolore, forse addirittura più grande, che certamente aveva provato Wynter, molto più fragile di mio padre e impossibilitata a lasciare quel luogo, ormai pieno di tristi ricordi, come aveva potuto fare lui.
    «E … Wynter?».
    «Non ho buone notizie. Mi hanno detto che ormai non esce più dalla sua stanza da giorni, si veste a lutto, non mangia e non vuole vedere nessuno. Suo fratello ha in animo di portarla via, forse a Londra.».
    «Capisco. Non sarebbe una brutta cosa per lei.», riflettei a voce alta, augurandomi in cuor mio che davvero quella potesse essere una buona soluzione.
    «Non ho finito, William. Ti devo confessare la parte peggiore. Mentre aspettavo la cuoca mi ha notato il giovane Lord Hateley: “Io ti conosco – mi ha detto – tu sei il figlio del capo minatore, cosa ci fai qui a Bessborough? Perché non sei a lavorare? Sei qui con tuo padre?”».
    «Turner non gli avrai dato la mia lettera?».
    I suoi occhi tornarono a riempirsi di lacrime, in parte per la paura della mia reazione, ma soprattutto per la mortificazione che provava nell’aver miseramente fallito nel compito che gli avevo dato e che era di straordinaria importanza per me.
    «Sapeva che siamo amici ed ha subito pensato che io sapessi qualcosa di te. Mi ha detto che mi avrebbe denunciato per la tua scomparsa, mi avrebbe fatto arrestare e avrebbe fatto licenziare anche mio padre se non gli avessi detto perché ero lì …».
    «L’ha letta? Certo che l’ha letta, che domanda idiota …».
    «Mi ha spinto in cantina e mi ha pestato. Non mi sono potuto difendere … lui è il padrone … Io la lettera non gliel’avrei mai consegnata … è saltata fuori mentre cercavo di ripararmi mentre ero a terra …».
    Mi presi la testa tra le mani e cominciai a scuoterla, disperato e furioso allo stesso tempo. Cercavo di farmi venire un’idea che non si decideva a presentarsi.
    «Maledetto Duncan Hateley!», ringhiai tra me e me.
    «L’ha letta, William, l’ha letta e mi ha detto di dirti che non l’avrebbe mai data a Wynter e che ha un proiettile d’argento pronto per te se mai ti venisse in mente di avvicinarti a Bessborough. Che significa, William? Che vuol dire?».
    «Che vuol dire …? Che vuol dire? Vuol dire che ha capito tutto! Vuol dire che Duncan Hateley, non so come, ma sa. Sa di me. Sa che sono un vampiro. I vampiri possono essere uccisi solo con un proiettile d’argento.».
    «William dobbiamo proprio andarcene. Non possiamo più rimanere qui!».

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